Prendersi Cura: una riflessione sulla malattia

2 mesi ago · Updated 2 mesi ago

La medicina non può svincolarsi dal dialogo con il mondo spirituale, pena uno svilimento che la ridurrebbe a braccio operativo dello scientismo, un atteggiamento che è alla base della distorsione del dibattito contemporaneo sul fine vita. Dialogare per la medicina implica analizzare in premessa e dare il giusto valore a tutte le dimensioni che entrano in gioco quando si parla di malattia e soprattutto il prendersi cura del malato. Le malattie ed in particolare quelle croniche degenerative, aprono il sipario su una fase della vita ove la fragilità della nostra condizione fisica si manifesta apertamente e via via prende il sopravvento. Se ci limitassimo all’approccio biologico-scientista partiremmo dalla semplice visione dell’organismo vivente come quella struttura naturale che crea e mantiene le condizioni affinché, grazie allo scambio costante di materia ed energia con l’ambiente, avvengano dei processi di auto-organizzazione che lo pongono in relazione di stabilità con il substrato circostante. Mantenendoci sullo stesso piano la malattia cronica è quindi il segno dell’ineluttabile entropia della struttura complessa naturale che, squilibrandosi per diverse cause cede via via il testimone alle forze degenerative che rompono irreversibilmente l’armonia che mantiene l’equilibrio tra organismo e ambiente. Sebbene l’aspetto descrittivo, immanente della malattia nella sua evoluzione naturale con la clinica e il corteo sintomatologico ed il cui andamento, più o meno controllato e rallentato dalle terapie abbia il suo rilievo, ricondurre la malattia ad una mera descrizione delle leggi biologiche con le implicazioni fisiopatologiche e termodinamiche è intuitivamente riduttivo anzitutto per la medicina in quanto il concetto di malattia è indissociabile da quello del prendersi cura del malato, in più non si può non tener conto dell’impatto della malattia nella dimensione interiore dell’essere umano, che sebbene strettamente legata alla progressività del danno fisico, coinvolge la persona ben oltre l’immanenza. Quindi se le definizioni scientifiche sono insufficienti a descrivere la malattia nella sua interezza è perché l’uomo ne vive le conseguenze su diversi ambiti, primo fra tutti quello trascendentale. L’uomo infatti ha una sua cognizione a priori della malattia: ciò che la sola idea della malattia cronica suscita in noi a prescindere dalla diagnosi effettiva: senso di fragilità. di impotenza, di solitudine e di paura della sofferenza e della morte.

La dimensione trascendentale della malattia coinvolge la nostra esistenza e ci interroga. L’essere umano è conscio di essere limitato fisicamente ed intellettivamente e che la sua esistenza è finita nel tempo e nello spazio ed ancor di più è consapevole che i 5 sensi che ci permettono di rapportarci con la materia che ci circonda raccolgono informazioni parziali sul mondo circostante e che questo è insufficiente ad esprimere la nostra interezza e condividerla con gli altri. Nulla di materiale ci descrive nella nostra unicità, nonostante l’assordante volume del peana materialista in essere nella società di oggi come e più del passato. Eppure siamo protesi in modo irresistibile verso una dimensione atemporale di noi stessi e la consapevolezza della nostra irrilevanza nel contesto dell’universo materiale può solo scalfire la percezione della nostra unicità nel rapportarsi a ciò che ci circonda ed agli altri. Riscoprire il valore della nostra intimità. del nostro «Sacrario interiore» come luogo dove il nostro io si trova a tu per tu con la Verità è pertanto fondamentale nel processo di liberazione della persona dalle sabbie mobili del razionalismo materialista, perché ci fa prendere coscienza di essere depositari di un tesoro unico e personale. Eppure questa scoperta è più spesso fonte di inquietudine che di serenità, indipendentemente dal nostro stato di salute. Eppure ci dovremmo aspettare che la persona malata, in forza dello stato di bisogno sia naturalmente spinta a riflettere sul valore del proprio mondo interiore, invece questo sovente non accade. Perché? Certamente avere a che fare con l’amara realtà della nostra pochezza e dei nostri limiti, non è comodo qualunque sia il nostro stato di salute perché mette in crisi le nostre certezze. Soprattutto stride il contrasto tra la fragilità dell’uomo come essere biologico e l’unicità della forza della sua mente che spicca nell’universo conosciuto ma che, di fronte alla ineffabilità della Verità che lo interroga continuamente e ne delude il senso di superiorità, è messo a disagio. La società contemporanea abituata alle risposte facili cede alla tentazione di omologare quando fa comodo l’uomo agli altri esseri viventi; nasce nel dibattito il quesito se queste consapevolezze sono ad appannaggio esclusivo dell’uomo o di tutti gli esseri viventi. Non lo possiamo presumere ma questo non ci concede alcuna scappatoia riduttiva, di stampo biologistico o naturalistico. L’uomo in virtù della sua capacità intellettiva ed ermeneutica degli eventi biologici che lo coinvolgono ha la responsabilità di dare delle risposte consone al livello del suo progresso nella storia. Porsi al livello degli altri esseri viventi significa nascondere per vigliaccheria o per comodo l’unica cosa di cui siamo sicuri: la nostra capacità cognitiva ed ermeneutica, non solo delle nostre emozioni e sensazioni ma dei nostri sentimenti dei nostri progetti e soprattutto della nostra interiorità. Ed è importante soprattutto vivere e condividere la nostra relazione con Dio: è una prerogativa unica che rende l’uomo attore protagonista nell’universo conosciuto non come tanto come individuo, finito nel breve tempo di un’esistenza irrilevante di fronte al complesso meccanismo cosmico ma di persona che contribuisce alla costruzione di una comunità di persone che si relazionano in forza di un legame d’amore con Dio. Poste queste solide basi sorge spontanea sia una visione del medico come operatore del prendersi cura del malato andando oltre la semplice applicazione pratica delle proprie conoscenze scientifiche. Sorge spontaneo anche il no alla riduzione di tematiche quali il fine vita ad un’opinione ma soprattutto un no deciso ad una idea della vita come fotocopia in un contesto massificante o con il lessico attuale, globalizzato. In ultimo ci si chiede cosa nasconde tra le sue spire la demonizzazione della malattia e della sofferenza in atto nel mondo di oggi. Non sfugge a nessuno che in ottica mondana tutto ciò che limita il nostro ego è da respingere, a maggior ragione ciò che limita la nostra fisicità. Ma c’è un risvolto interiore più nascosto ma non meno importante: negare il valore del dolore e della sofferenza nell’esperienza umana è un piano inclinato che giunge allo svuotamento di senso della vita umana quando è malata o sofferente, fino alle estreme conseguenze. Noi cristiani abbiamo l’esempio di Colui che non a caso ha scelto la via stretta del dolore e della sofferenza siamo invitati a riempire questo vuoto sia in chi soffre che in chi oggi come un tempo considera tutto questo come stoltezza o peggio ignominia.

Articoli correlati

Go up PDF