Papa Leone richiama la Curia a superare rigidità ed egoismi

1 mese ago · Updated 1 mese ago

Negli auguri natalizi alla Curia Romana, Papa Leone XIV scuote con parole nette il governo centrale della Chiesa, denunciando il rischio delle divisioni silenziose, della rigidità ideologica e degli egoismi personali che possono annidarsi anche dietro un’apparente tranquillità istituzionale. Il Natale, afferma il Papa, non è rifugio spirituale né consolazione intimista, ma richiamo esigente alla conversione, soprattutto per chi è chiamato a servire la Chiesa dall’interno. Non “piccoli giardinieri” intenti a difendere il proprio spazio, ma testimoni del Regno, capaci di vivere relazioni autentiche, amicizia evangelica e corresponsabilità missionaria: è questo l’orizzonte che Leone XIV indica alla Curia, chiedendo di superare logiche di potere, smanie di primeggiare e chiusure autoreferenziali per tornare ad essere una Chiesa unita, sinodale e realmente missionaria, credibile agli occhi di un mondo ferito e frammentato.

Fin dall’inizio, il Papa colloca l’incontro sotto la luce del Natale, quella che nasce nella grotta di Betlemme e attraversa la storia come novità permanente. È una luce che non consola soltanto, ma spinge a camminare, a uscire, a lasciarsi coinvolgere. E questo vale in modo particolare per la Curia Romana, cuore operativo della Chiesa.

Uno sguardo grato e una memoria viva

Innanzitutto, uno sguardo riconoscente sulla storia recente. Ricorda con affetto il suo predecessore, Papa Francesco, sottolineandone la voce profetica, lo stile pastorale e il magistero che ha segnato la Chiesa mettendo al centro la misericordia, l’evangelizzazione e l’attenzione ai poveri.

È da questa eredità che il Papa riparte, citando esplicitamente l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, testo chiave del pontificato di Francesco e filo conduttore dell’intero discorso.

La missione, identità profonda della Chiesa (e della Curia)

Il primo grande tema è la missione, presentata non come un’attività tra le altre, ma come la natura stessa della Chiesa. Leone XIV insiste: la Chiesa è “estroversa”, orientata verso il mondo, perché nasce da un Dio che per primo esce da sé per incontrare l’umanità.

Qui il Papa si rivolge in modo diretto alla Curia Romana: il servizio curiale non può ridursi all’amministrazione, ma deve essere giudicato alla luce del Vangelo e del mandato missionario di Cristo. Inoltre le strutture non devono rallentare l’evangelizzazione, ma diventare esse stesse missionarie.

Uffici, istituzioni e mansioni devono essere pensati a partire dalle grandi sfide ecclesiali, pastorali e sociali del nostro tempo. La Curia è chiamata a sostenere le Chiese particolari, non a sovrapporsi ad esse, vivendo una vera corresponsabilità battesimale.

La comunione sfida interna e segno profetico

Accanto alla missione, il Papa colloca l’altro pilastro della vita ecclesiale: la comunione. Il Natale, ricorda, non è solo l’annuncio di un Dio che viene, ma anche di un Dio che riconcilia e fa di tutti dei figli, quindi fratelli.

Qui il discorso si fa particolarmente incisivo per la Curia Romana. Leone XIV non nasconde le difficoltà: le divisioni silenziose, la tentazione della rigidità o dell’ideologia, le dinamiche di potere, competizione e interesse personale.

Con grande realismo pastorale, il Papa pone una domanda che suona come una provocazione:
“È possibile essere amici nella Curia Romana?”

La risposta non è teorica, ma esistenziale. La comunione, dice Leone XIV, si costruisce con gesti quotidiani, nel lavoro, nelle relazioni, nel riconoscimento reciproco delle competenze e del valore di ciascuno. È una conversione personaleprima ancora che strutturale.

Una Curia sinodale: non piccoli giardinieri, ma testimoni

La comunione vissuta “ad intra” diventa anche segno “ad extra”. In un mondo attraversato da violenze, conflitti, rabbia e polarizzazioni – amplificate anche dal digitale e dalla politica – la Chiesa è chiamata a essere lievito di fraternità universale.

Il Papa affida alla Curia una responsabilità alta:
non essere “piccoli giardinieri” chiusi nel proprio orto, ma testimoni del Regno di Dio, capaci di parlare a popoli, culture e religioni diverse.

Solo una Curia che vive realmente la fraternità può aiutare la Chiesa a offrire al mondo il dono della pace.

Cristo al centro e la speranza che non delude

Missione e comunione, ricorda Leone XIV, sono possibili solo se Cristo rimane al centro. Il riferimento al Giubileo, al Concilio di Nicea e al Concilio Vaticano II allarga l’orizzonte storico e teologico: la Chiesa è fedele a se stessa quando guarda a Cristo e, in Lui, all’umanità concreta, con le sue gioie e le sue ferite (Gaudium et spes).

Il richiamo all’Evangelii nuntiandi di San Paolo VI, a cinquant’anni dalla promulgazione, ribadisce un punto decisivo per il servizio curiale: l’opera di ciascuno è importante per il tutto; la testimonianza di vita è il primo mezzo di evangelizzazione.

Un augurio che è un mandato

Nel finale, Leone XIV affida alla Curia l’immagine di un Dio che non si vergogna della fragilità umana, ma vi entra dentro. È l’immagine di un Natale che non addolcisce, ma trasforma.

L’augurio diventa così un mandato: essere ogni giorno, nel servizio curiale, discepoli e testimoni di quella luce che scende dal cielo e chiede di continuare a camminare nel mondo.

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