L’Aquila, aperta la Perdonanza con il convegno teologico-pastorale su Celestino V e la cultura del perdono

5 mesi ago · Updated 5 mesi ago

Nel cuore de L’Aquila si rinnova il dono dell’indulgenza voluto da Celestino V. Il convegno teologico-pastorale, tra spiritualità, liturgia e cultura, mette al centro il volto umano della fede: cammini, relazioni, perdono.

La Perdonanza Celestiniana, giunta alla sua 731.ma edizione, non è solo un evento religioso. È il battito vivo di una città che cammina, prega e riflette insieme. Quest’anno, il cuore della celebrazione è stato il IV Convegno teologico-pastorale, tenutosi il 23 agosto presso la Sala Ipogea del Palazzo dell’Emiciclo dell’Aquila, sotto il titolo:
“Il cammino della vita cristiana in un intreccio di speranza e pazienza. Celestino V e la cultura del perdono.”

Organizzato dalla Chiesa aquilana e curato dall’ISSR, il convegno ha radunato oltre duecento partecipanti provenienti non solo dall’Abruzzo, ma anche dalle regioni limitrofe. Un incontro di anime in cerca di senso, riunite per riflettere sulla profondità del gesto celestiniano e sul valore della relazione umana come spazio teologico. Gli interventi in forma integrale saranno disponibili negli Atti del convegno di prossima pubblicazione.

Celestino V: pellegrino e uomo in cammino

L’apertura dei lavori è stata affidata a Don Erminio Gallo, che ha ripercorso con passione la vita di Pietro del Morrone, tratteggiandolo come l’“homo viator” per eccellenza: non un uomo in fuga dal mondo, ma un’anima inquieta alla ricerca di Dio.

Cinque cammini scandiscono la sua vita – dal cenobio di Faifoli alla grotta della Maiella, da Lione a L’Aquila, fino alla drammatica prigionia di Fumone – cinque tappe che si fanno parabola esistenziale. Pietro non cercava il potere, ma la verità, e ha accettato ogni prova con pazienza evangelica. La sua è una santità itinerante, vicina al cuore di ogni uomo che ancora oggi cerca Dio nelle pieghe del quotidiano.

Liturgia viva e relazioni profonde

Il secondo intervento, a cura di Padre Giuseppe Midili, ha fatto emergere la dimensione liturgica della Perdonanza Come spazio di autentica esperienza spirituale. La Porta Santa di Collemaggio non è solo simbolo: è Cristo stesso, soglia attraverso cui passare per scegliere la vita nuova.
La liturgia, ha spiegato Midili, è un atto relazionale per eccellenza: tra Dio e l’uomo, tra la comunità e il singolo, tra il presente e la memoria viva della salvezza.

Tre parole guidano l’esperienza celestiniana:

  • Pellegrinaggio: cammino fisico e interiore verso il cuore di Dio.
  • Penitenza: chiamata alla verità di sé.
  • Perdono: dono ricevuto, non conquistato.

Nella liturgia, ogni parola e ogni gesto sono carichi di significato: non si spiegano, ma si vivono. Ed è lì che la relazione con Dio diventa carne, silenzio, canto, invocazione.

Una cultura del perdono con respiro europeo

A colpire nel terzo intervento, quello dello storico Walter Capezzali, è stata la narrazione di una spiritualità non chiusa, ma intellettualmente aperta e profondamente europea.
La biblioteca settecentesca dei Celestini di Collemaggio, da lui riscoperta attraverso un raro catalogo manoscritto, racconta di una rete di scambi culturali che va da Parigi a Basilea, da Lione a Saragozza. Un patrimonio fatto di Vangeli, testi liturgici, opere classiche, manuali teologici, segno tangibile di una fede che dialoga, che studia, che custodisce la memoria per trasmettere speranza.

In un mondo frammentato, la Chiesa di Celestino – e quella di oggi – si presenta come luogo di connessioni, dove il perdono non è solo gesto spirituale, ma anche culturale, capace di tessere ponti.

Pazienza e speranza, due parole per l’uomo di oggi

A chiudere il convegno è stato l’intenso intervento di Don Luigi Maria Epicoco, che ha messo in luce il cuore teologico ed esistenziale del tema:

“La pazienza non è rassegnazione e la speranza non è utopia. Sono due parole che, anche fuori dalla fede, aiutano l’uomo contemporaneo a vivere”.

Nel suo stile diretto e profondo, Epicoco ha evidenziato come la pazienza sia la capacità di restare, di non fuggire dinanzi al dolore, di abitare la realtà così com’è, anche quando non risponde ai nostri desideri. È una virtù che si apprende nel tempo, come nel mondo agricolo: non è il seme che aspetta il contadino, ma il contadino che aspetta il seme.

La speranza, invece, è il motore del cammino. Non è ottimismo ingenuo, ma certezza che ogni evento, anche quello doloroso, ha un senso.
Pazienza e speranza, insieme, formano la struttura portante della spiritualità cristiana, ma sono anche una proposta antropologica forte per il nostro tempo, dominato da velocità, utilitarismo e impazienza.

Il senso di una soglia: la Perdonanza come esperienza di relazione

Attraversare la Porta Santa, allora, non è solo un atto liturgico. È un gesto di relazione: con Dio, con se stessi, con gli altri. È riconoscere che non siamo Dio, ma che possiamo amarci e perdonarci come figli.

La presenza annunciata del cardinale Parolin per l’apertura della Porta Santa il 28 agosto e la sua chiusura, ventiquattro ore dopo, da parte dell’arcivescovo D’Angelo, sarà il culmine visibile di questo cammino. Ma il cuore della Perdonanza è già in atto: in ogni parola detta, in ogni silenzio condiviso, in ogni volto incontrato.

Celestino V, il monaco-papa che ha saputo piegarsi per amore, resta così una guida: non tanto per il potere che ha avuto, ma per le relazioni che ha generato. L’Aquila non celebra solo una festa: cammina insieme. E nel farlo, ci ricorda che la Chiesa – e forse anche l’umanità – è più vera quando è in relazione, in ascolto, in cammino. Come Celestino. Come Cristo. Come ciascuno di noi.

 

 

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