Il Patriarca che ha incensato la bara di Papa Francesco
9 mesi ago · Updated 9 mesi ago

Al funerale di Papa Francesco, il grande abbraccio dell’ecumenismo. Il gesto del Patriarca greco-melchita Absi tra incenso e preghiera
Nella mattina luminosa che ha abbracciato il sagrato di San Pietro, la Chiesa universale ha dato oggi l’ultimo saluto a Papa Francesco, raccogliendosi in una cerimonia solenne presieduta dal cardinale Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio. Ma è l’immagine della presenza ecumenica — vasta, commossa, intensamente partecipe — a imprimersi come un sigillo di unità sulla memoria di questo storico funerale.
Tra i gesti che resteranno scolpiti nella memoria collettiva, spicca quello del Patriarca Youssef Absi, capo della Chiesa greco-cattolica melchita che, quando siete lì gruppo dei patriarchi e metropoliti cattolici orientali, con mano lenta e solenne ha incensato la bara di Papa Francesco. In quel gesto antico — il turibolo che si innalza, la nube fragrante che avvolge il legno semplice del feretro — si è condensato tutto il rispetto, l’amore e la speranza di una cristianità ancora lacerata, ma capace di ritrovarsi in ginocchio di fronte al mistero della morte e della resurrezione.
Il turibolo oscillava mentre il coro cantava in greco il Tropario Pasquale, breve preghiera ritmica che si leva come un inno trionfale che trapassa la notte e illumina ogni cuore: Cristo è risorto dai morti, con la sua morte ha vinto la morte, e a quelli nelle tombe ha donato la vita! (Χριστός ανέστη εκ νεκρών, θανάτω θάνατον πατήσας, και τοις εν τοις μνήμασι ζωήν χαρισάμενος/ Christós anésti ek nekrón, thanáto thánaton patísas, kié tis en tis mnímasi zoín harisámenos).
La Chiesa Greco-Melkita: ponte millenario tra Oriente e Occidente
Tutti siamo andati almeno una volta nella nostra vita a mettere la mano nella Bocca della Verità. Ma non tutti sanno che la chiesa, dove il grande disco raffigurante la divinità marina e custodita, si chiama Santa Maria in Cosmedin e che San Paolo VI la concesse a titolo personale al Patriarca Melchita Massimo IV Saiegh e a tutti i suoi successori. Ancora oggi la basilica è officiata dal clero greco-melchita cattolico, che celebra in rito bizantino in tre lingue, arabo, greco e italiano, perpetuando un'antica tradizione medievale. Infatti la chiesa era in antico nota come Santa Maria in Schola graeca, in quanto ad essa faceva capo la comunità ellenofona romana, stanziata nell'area vicina.
Nel mosaico della Chiesa universale, la Chiesa Greco-Melkita Cattolica brilla come una gemma antica, testimone di una storia intessuta di fedeltà, sacrificio e dialogo. Essa si articola nei tre grandi patriarcati del Medio Oriente — Antiochia, Alessandria e Gerusalemme — mantenendo una piena comunione con Roma, pur seguendo la tradizione bizantina nella liturgia, nella spiritualità e nel diritto canonico.
Le sue radici affondano in un’epoca in cui l’autorità dei tre patriarcati si estendeva dall’India alla Libia, dalla Georgia allo Yemen e all’Etiopia. Il nome stesso di "Melkita" — dal semitico mélek, "re" o "imperatore" — racconta una storia di fedeltà. Nato dopo il Concilio di Calcedonia (451) come soprannome attribuito dai monofisiti a coloro che restavano fedeli al dogma calcedonese e all'imperatore, il termine ha avuto nel tempo tre significati: dapprima generale (per tutti i cattolici calcedoniani), poi ristretto (per i cristiani dei patriarcati orientali) e infine esclusivo, indicando i fedeli di lingua araba, libanesi, siriani, palestinesi ed egiziani, di rito bizantino e in comunione con Roma.
Forte dei legami secolari sia con Costantinopoli sia con Roma, la Chiesa Melkita ha coltivato un patrimonio ricchissimo: spirituale, patristico, teologico, liturgico e iconografico, di matrice essenzialmente antiochena e gerosolimitana. Il suo rito è un ramo del rito bizantino, distinto solo dall'uso della lingua araba accanto al greco, ancora presente nei canti e nelle preghiere.
Oggi, i Melkiti pregano in arabo, ma la loro storia racconta un multiforme crogiolo di popoli e lingue: greci, siriaci, arabi, georgiani, perfino armeni. La loro è una tradizione forgiata dalla diversità e temprata dal dolore. Vessati da persecuzioni e invasioni, i Melkiti, con il loro clero, i fedeli, i teologi, gli asceti, i martiri e i santi, sono rimasti incrollabilmente fedeli al Vangelo, come ricordava Giovanni Paolo II: «intrepidi nella fede, irremovibili nella speranza, saldi nella carità», forgiati in un quotidiano battesimo di dolore e di sangue.
Questa Chiesa antichissima incarna perfettamente l’anelito di Papa Francesco e che fu già di Giovanni Paolo II all’unità dei cristiani e al dialogo con l’Islam. Da secoli a contatto con entrambe le realtà, i Melkiti rappresentano oggi un ponte prezioso in un mondo spesso lacerato dall'integralismo.
Emblematica fu la figura di Gregorios III Laham, patriarca di Antiochia e di tutto l’Oriente, di Alessandria e di Gerusalemme. Durante il suo patriarcato, accolse Giovanni Paolo II in Siria: una visita storica, durante la quale, per la prima volta, un papa entrò in una moschea — la celebre moschea degli Omayyadi di Damasco. E fu ancora Gregorios III, alla morte di papa Wojtyła, a rendere un gesto di straordinaria intensità spirituale: durante le solenni esequie in Piazza San Pietro, fu lui a incensare la bara del pontefice defunto, come segno di omaggio, di comunione e di eterna gratitudine.
In quel gesto, commosso e solenne, si è condensata tutta la storia della Chiesa Melkita: antica e giovane, perseguitata e viva, orientale e cattolica, custode di una memoria che attraversa i secoli e di un dialogo che guarda al futuro.

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