Il mondo è tornato al mito

4 mesi ago · Updated 4 mesi ago

Dalla politica internazionale ai miti nazionali, il mondo contemporaneo mostra un sorprendente ritorno dell’irreprimibile dimensione mitica: dall’ira funesta e gli interminati lutti dell'Iliade fino al messianismo estremista, l’irrazionalità primigenia sembra essere la forza che plasma il mondo contemporaneo

Gli ultimi anni ci hanno messi di fronte a uno spettacolo assai sorprendente: il ritorno della mitologia. La razionalità politica e l’analisi economica, che per secoli hanno guidato le decisioni collettive, sembrano essere sopraffatte da forze di natura diversa, più profonda e ancestrale. Eventi che un tempo avremmo spiegato con logica e calcoli, ora vengono spinti da simboli, miti e narrazioni irriducibilmente irrazionali e fortemente emozionali. 

I miti, purtroppo, sono quasi sempre tragici: dall’Iliade di Omero, che apre con l’“ira funesta” e gli infiniti lutti della guerra di Troia, a Edipo e i miti di Sofocle, fino a Caino e Abele, Abramo e Isacco. L’uomo, da sempre, ha bisogno di dare senso al mondo anche attraverso la tragedia, e oggi assistiamo a un ritorno prepotente di questa logica nella politica e nella società. Un po' come se il mondo contemporaneo avesse dismesso l'elmo di Atena per tornare alla dimensione bellicosa e mitica dei Titani, di Crono che divora i suoi figli, in una polarità eraclitea in cui la guerra è genitrice di tutte le cose, è il pensiero che domina le scelte dei leader e l’opinione pubblica. 

Dal mito dell’egemonia del popolo russo a quello della frontiera americana, il nostro tempo sembra riscoprire narrazioni che parevano consegnate al passato. Lo slogan trumpiano “Make America Great Again” non è semplice propaganda: richiama l’immaginario della frontiera, dell’espansione e di un destino nazionale radicato nel mito più che nella ragione. Allo stesso modo, l’ambizione di Elon Musk di colonizzare Marte ripropone la logica simbolica della frontiera come orizzonte dell’ignoto, spazio di rigenerazione e speranza. In questo contesto, il cosmismo russo – nato agli inizi del ’900 con Nikolaj Fëdorov – ha esercitato un’influenza profonda in Occidente. Corrente filosofico-spirituale che intreccia mito, cristianesimo, paganesimo e scienza, il cosmismo proponeva la rigenerazione dell’umanità, il superamento della morte e l’espansione nello spazio. Le sue idee dialogarono già con il pensiero di Teilhard de Chardin, confluirono nel transumanesimo e hanno ispirato progetti futuristici della Silicon Valley, coinvolgendo figure come appunto Musk e Zuckerberg e oggi rappresenta una matrice culturale capace di incidere sulle più avanzate utopie tecnologiche occidentali.

Allo stesso modo, le operazioni militari israeliane come quella contro l'Iran, denominata “Risveglio del Leone”, evocano suggestioni bibliche, legando la politica contemporanea ad antichi archetipi mediorientali. Anzi, in passato il vessillo degli scià di Persia recava al centro l’effige di un leone che impugnava una spada, in memoria dell’antico regno persiano e simbolo di forza e di conquiste: dunque il risveglio del leone è anche un sottile invito al regime change per il popolo iraniano.

Per non parlare del cuore del conflitto israelo-palestinese, che non si gioca solo sulle frontiere o sugli accordi diplomatici, ma anche – e forse soprattutto – in un terreno invisibile: quello del messianismo. È lì che una parte crescente dei coloni israeliani vede il presente come già impregnato di redenzione, un tempo in cui le profezie bibliche devono compiersi qui e ora. Oggi, forme radicali di messianismo si manifestano in contesti diversi: Hamas, fazioni messianiche nel governo israeliano e alcuni evangelici statunitensi estremi. Qui la fede non è qualcosa di astratto, ma diventa strategia terribilmente tangibile: guerre e massacri sono concepiti come tappe verso una “fine dei tempi” promessa da Dio. L’attacco del 7 ottobre e quanto ne è seguito, mostrano quanto tragicamente concreta possa essere questa logica: innocenti diventano strumenti di un’apocalisse pianificata. Una serie di messianismi persino in contrasto fra di loro, ma che convergono minacciando la pace nella regione e nel mondo. E la posta in gioco è enorme: il futuro stesso di Israele e della Palestina. Perché se il sogno messianico diventa progetto politico concreto, la linea che separa fede e nazionalismo, utopia e violenza, rischia di dissolversi. 

Il rischio è evidente: se le emozioni, il fanatismo religioso e la fascinazione per il mito sostituiscono la razionalità, la violenza e la guerra possono diventare conseguenze dirette di queste narrazioni. La storia contemporanea – dalla sfida tra Stati Uniti e Cina, ai conflitti in Medio Oriente – mostra quanto le promesse della modernità occidentale siano state insufficienti a guidare le coscienze, e come la razionalità economico-giuridica da sola non possa spiegare il ritorno di sentimenti predestinati, mistici e tragici.

Negli Stati Uniti, la figura di Trump e il sostegno di settori evangelici alle sue politiche sono emblematici di questo fenomeno: un leader “protetto da Dio” diventa un simbolo mitologico, capace di mobilitare emozioni più forti dei calcoli razionali. In Europa, la costruzione dell’Unione basata sulla moneta unica e sul mercato comune ha ignorato l’antropologia profonda dell’uomo, dimenticando che la politica non può prescindere dalle narrazioni che modellano i desideri, le angosce e le aspirazioni più profonde.

In definitiva, il ritorno del mito nel nostro mondo contemporaneo non è un semplice fatto culturale: è un indicatore profondo delle trasformazioni della politica, dell’economia e della società. Ignorarlo significa rischiare di vivere in un presente dominato da forze che non comprendiamo appieno, dove l’“ira funesta” sostituisce la ragione e la tragedia diventa la chiave per dare senso agli eventi.

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