Il messaggio di inizio anno del Patriarca Bartolomeo
1 mese ago · Updated 4 settimane ago

Nel messaggio di Capodanno dal Fanar, il Patriarca ecumenico Bartolomeo pone Nicea e Papa Leone XIV al centro di un nuovo tempo di dialogo, anche in vista degli anniversari del 2026
All’alba del 2026, mentre il tempo liturgico apre l’anno sotto il segno della luce e della benedizione, dal Fanar si leva una parola che non è soltanto augurio, ma visione. Nel suo solenne discorso per la Prima dell’Anno, il Patriarca ecumenico Bartolomeo intreccia memoria, fede e responsabilità storica, ponendo Papa Leone XIV all’inizio e al centro del suo messaggio. Un riferimento forte, voluto, carico di significato ecclesiale e simbolico: segno di un dialogo che non è più solo speranza, ma esperienza vissuta.
Bartolomeo ricorda come il 1700° anniversario della Prima Assemblea Ecumenica di Nicea abbia trovato il suo culmine nella visita pellegrina a Nicea, compiuta insieme al nuovo Vescovo di Roma, al Patriarca di Alessandria e ai rappresentanti delle Chiese cristiane. In quel luogo fondativo della fede comune, dove la Chiesa seppe difendere l’unità in un’epoca di lacerazioni e di eresie, la preghiera condivisa diventa oggi un gesto profetico: non nostalgia del passato, ma responsabilità per il presente.
Non meno eloquente, sottolinea il Patriarca, è stata la visita ufficiale di Papa Leone XIV al Fanar, durante la festa patronale della Chiesa di Costantinopoli. La sua presenza alla Divina Liturgia patriarcale e sinodale, culminata nella firma di una Dichiarazione Comune, rappresenta un passaggio storico nel cammino ecumenico. Bartolomeo parla di questo evento come di un dono e di un segno dei tempi: Oriente e Occidente che si incontrano non per annullare le differenze, ma per testimoniare insieme l’essenziale del Vangelo.
Il discorso si radica poi nel cuore della tradizione, attraverso la figura di san Basilio Magno, celebrato nel giorno di Capodanno. Bartolomeo ne restituisce il volto autentico, lontano dalle semplificazioni consumistiche: Basilio è teologo profondo, difensore dell’ortodossia nicena, pastore dei poveri, riformatore della vita ecclesiale. È lui, il grande Cappadoce, a incarnare quella sintesi tra fede e vita che oggi appare più necessaria che mai.
Ripercorrendo l’anno appena concluso, il Patriarca ricorda le tappe significative della vita della Chiesa: i viaggi apostolici, gli incontri ecumenici, i progressi nei rapporti interortodossi, la visita del Patriarca di Bulgaria al Fanar come segno di una nuova stagione di riconciliazione. Tutto, però, converge verso un tema che Bartolomeo pone con forza al centro: la pace.
In un mondo attraversato da una violenza diffusa e normalizzata, il Patriarca è netto: è impensabile parlare di fede e di religione senza interrogarsi sul loro ruolo nella costruzione della pace. La vera fede in Dio, afferma, non si esaurisce nella dimensione interiore, ma genera anche un impegno concreto per la pace esteriore, per il superamento dell’aggressività e dell’odio nella società. Le religioni, se autentiche, non alimentano lo scontro: lo disinnescano.
Da qui l’insistenza sul dialogo tra le religioni e tra le Chiese. La pace del mondo, ribadisce Bartolomeo, passa oggi attraverso la pace tra le religioni stesse. È in questo orizzonte che il riferimento a Papa Leone XIV assume un valore che va oltre il protocollo: il dialogo ecumenico diventa testimonianza comune, servizio all’umanità ferita, risposta concreta alle inquietudini del nostro tempo.
Guardando al nuovo anno, il Patriarca ricorda le grandi ricorrenze che attendono la Chiesa di Costantinopoli: l’anniversario dell’Inno Akathistos, profondamente intrecciato all’identità spirituale del Genos, e i dieci anni dal Santo e Grande Concilio di Creta, i cui testi restano un patrimonio vivo per l’Ortodossia contemporanea. Ma soprattutto affida il 2026 a una preghiera che è anche un programma ecclesiale e umano: che sia un anno di pacificazione, riconciliazione, giustizia.
Così, nel silenzio carico di storia del Patriarcale Tempio di San Giorgio, le parole di Bartolomeo diventano una bussola. E il nome di Leone XIV, pronunciato con rispetto e fraternità, illumina la strada di un cristianesimo che, senza rinnegare la propria identità, sceglie di camminare insieme. Non contro la storia, ma – come ricorda il Patriarca – per liberarla, restituendole il respiro della speranza.


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