Il discorso di Papa Leone al primo Concistoro
4 settimane ago · Updated 4 settimane ago

Nel discorso di apertura del Concistoro straordinario (7–8 gennaio 2026), Papa Leone XIV delinea una visione teologica alta e concreta: la Chiesa come riflesso della luce di Cristo, chiamata a evangelizzare non per proselitismo ma per attrazione, nella carità, nell’unità e nello stile sinodale.
La luce dell’Epifania come chiave di lettura del Concistoro
Il primo Concistoro straordinario del pontificato di Papa Leone XIV, aperto il 7 gennaio 2026 nell’Aula del Sinodo, si colloca simbolicamente e teologicamente all’indomani della solennità dell’Epifania. Non è un dettaglio liturgico, ma una vera chiave interpretativa dell’intero discorso papale. Il Santo Padre lo esplicita fin dall’inizio, invitando i Cardinali a leggere i lavori comuni alla luce di quel mistero in cui Cristo si manifesta come luce per tutte le genti.
Le parole del profeta Isaia, proclamate nella liturgia, diventano il fondamento biblico della riflessione ecclesiologica del Papa:
«Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. (…) Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere» (Is 60,1-3).
La Chiesa, come Gerusalemme profetica, non è sorgente autonoma di luce: è illuminata e, proprio per questo, diventa luogo di orientamento per i popoli immersi nelle tenebre della storia.
Lumen gentium: la Chiesa come sacramento della luce di Cristo
Da Isaia il Papa conduce il Collegio cardinalizio al cuore del Vaticano II, citando integralmente l’incipit della Lumen gentium, che definisce la Chiesa a partire da Cristo:
«Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente (…) illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa» (LG, 1).
Qui Leone XIV offre una lettura profondamente teologica: la Chiesa non ha una missione propria distinta da quella di Cristo, ma è “in Cristo” sacramento, “segno e strumento” dell’unione con Dio e dell’unità del genere umano. La missione evangelizzatrice nasce dall’evento centrale della salvezza e non da strategie ecclesiali o culturali.
Dalla visione conciliare ai pontificati recenti
Il Papa rilegge la storia recente della Chiesa in continuità organica con il Concilio. I pontificati di San Paolo VI e San Giovanni Paolo II vengono interpretati come attuazione dinamica della visione conciliare: una Chiesa che evangelizza perché irradiata dall’evento di Cristo.
Con Benedetto XVI e Francesco, questa visione trova una parola-sintesi decisiva: attrazione. Leone XIV richiama esplicitamente l’omelia di Aparecida (2007):
«La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per “attrazione” (…) nella misura in cui, associata a Cristo, compie ogni sua opera in conformità spirituale e concreta alla carità del suo Signore».
Papa Francesco, osserva Leone XIV, ha fatto propria questa impostazione, fino a racchiudere l’intero arco del suo pontificato tra Evangelii gaudium e Dilexit nos, dall’annuncio missionario all’amore del Cuore di Cristo.
La forza dell’attrazione
Il cuore teologico del discorso emerge con chiarezza: non è la Chiesa che attrae, ma Cristo. Il Papa lo afferma senza ambiguità:
«In effetti, non è la Chiesa che attrae ma Cristo, e se un cristiano o una comunità ecclesiale attrae è perché attraverso quel “canale” arriva la linfa vitale della Carità che sgorga dal Cuore del Salvatore».
La forza attrattiva della missione è la Charis, l’Agape, l’Amore di Dio incarnato e donato nello Spirito Santo. Per questo Leone XIV può citare San Paolo:
«Caritas Christi urget nos» (2Cor 5,14).
L’amore di Cristo “ci possiede, ci avvolge, ci avvince”: è una forza che genera comunione e testimonianza credibile. E infatti il Papa afferma con radicalità evangelica:
«Infatti solo l’amore è credibile, solo l’amore è degno di fede».
Unità e comunione: la forma missionaria della Chiesa
Da qui discende una conseguenza ecclesiale decisiva:
«L’unità attrae, la divisione disperde».
La missionarietà della Chiesa passa anzitutto dalla qualità delle relazioni al suo interno. Leone XIV richiama il comandamento nuovo di Gesù:
«Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34).
E con Sant’Agostino chiarisce che l’amore reciproco costruisce realmente il Corpo di Cristo:
«Con l’amarci egli ci ha dato l’aiuto affinché col mutuo amore ci stringiamo fra noi e (…) siamo corpo di tanto Capo».
La comunione non è un accessorio, ma la condizione perché Cristo possa continuare ad attirare a sé l’umanità attraverso la Chiesa.
Collegialità e sinodalità: uno stile prima che una struttura
Il Papa applica questa visione al Collegio cardinalizio stesso. La varietà di provenienze, culture ed esperienze non è un ostacolo, ma una ricchezza che chiede dialogo, conoscenza reciproca e ascolto. Il Concistoro viene presentato come un cammino di collegialità reale, non formale.
Leone XIV si pone in atteggiamento esplicitamente sinodale: «Sono qui per ascoltare».
Richiamando il magistero di Papa Francesco, ribadisce che la sinodalità non è una moda ecclesiale, ma una necessità storica e spirituale:
«Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio».
I temi del Concistoro: missione, Curia, sinodo e liturgia
Il Papa indica con chiarezza i quattro grandi ambiti di riflessione:
- Evangelii gaudium: la missione della Chiesa oggi;
- Praedicate Evangelium: il servizio della Santa Sede;
- Sinodo e sinodalità: stile e strumento di collaborazione;
- Liturgia: fonte e culmine della vita cristiana.
Non si tratta di produrre documenti, ma di avviare una conversazione spirituale capace di orientare il governo della Chiesa nei prossimi anni.
“Non multa sed multum”: uno stile evangelico per il futuro
Il metodo indicato dal Papa è semplice e radicale: ascolto reciproco, essenzialità, discernimento spirituale.
«Non dobbiamo arrivare a un testo, ma portare avanti una conversazione».
In questo stile, fondato sulla fraternità e sull’amicizia sincera, Leone XIV intravede l’inizio di “qualcosa di nuovo”, capace di incidere sul presente e sul futuro della Chiesa.
Conclusione: una Chiesa che riflette Cristo
Il discorso si chiude con il ringraziamento e l’affidamento a Maria, Madre della Chiesa. Ma il messaggio resta forte e unitario: la Chiesa è credibile solo se trasparente a Cristo, luminosa della sua luce, attrattiva della sua carità, unita nella comunione e umile nell’ascolto.
È questa la traiettoria teologica e pastorale che Papa Leone XIV consegna al suo primo Concistoro: non una Chiesa autoreferenziale, ma una Chiesa che, come nell’Epifania, lascia passare la luce perché “le genti camminino alla sua luce”.

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