Giubileo dei Giovani, card. Parolin: “Ogni persona è un volto, non un profilo”
6 mesi ago · Updated 6 mesi ago

Un milione di giovani a Roma, una città in preghiera, una Chiesa in cammino verso il futuro digitale con speranza e coraggio.
Il tempo si è fermato, o forse è solo diventato più eterno. Nella Città Eterna, questa settimana risuona un'energia nuova: è il Giubileo dei Giovani, l’evento più atteso dell’Anno Santo 2025. Dal 28 luglio al 3 agosto, Roma si trasforma in una casa per centinaia di migliaia di ragazzi provenienti da 146 Paesi, pronti a vivere un’esperienza di fede, incontro e comunione senza precedenti.
Una festa dell’anima, ma anche una sfida logistica e spirituale, che culminerà con la veglia di preghiera presieduta da Papa Leone XIV il 2 agosto e la Santa Messa del 3 agosto a Tor Vergata, con oltre un milione di giovani pellegrini attesi.
A dare avvio a questo atteso evento, risuonano le parole forti e luminose del Cardinale Pietro Parolin, che nel suo discorso tenuto di fronte ai missionari digitali e influencer cattolici ha tracciato la rotta di una Chiesa chiamata ad abitare con autenticità il mondo digitale.
Parolin ha sottolineato l'importanza di una presenza cristiana consapevole e autentica nel mondo digitale, che non sia semplice strategia comunicativa, ma testimonianza viva del Vangelo. Ha invitato i giovani a diventare segni concreti di speranza, riscoprendo la bellezza dell'incontro e la verità del vivere in Cristo anche online.
In un’epoca in cui la tecnologia plasma relazioni, identità e linguaggi, la Chiesa – ha affermato – non può restare spettatrice, ma deve imparare ad abitare questo nuovo ambiente con umanità, discernimento e coraggio evangelico. Non si tratta solo di produrre contenuti efficaci, ma di portare la luce del Risorto nelle pieghe di una realtà spesso frenetica, impersonale, segnata da odio e superficialità.
Discorso integrale del Cardinale Pietro Parolin
“Cari giovani e comunicatori della rete,
un cordiale saluto a tutti voi qui presenti, venuti a Roma per questo Giubileo dei missionari digitali e influencer cattolici. Mi pare un’esperienza molto arricchente e bella vedervi oggi qui, in presenza, voi che solitamente vi incontrate nelle reti sociali. Siete insieme, in comunione tra voi e con la Chiesa tutta, per celebrare il Giubileo della Speranza.
Tra gli scopi e gli obiettivi dei social media c’è sicuramente quello di dare informazioni. Ma penso che ciò che caratterizza l’umano, ciò che ci rende veramente persone – persone vive – sia la capacità di farci delle domande.
Ecco allora che la domanda di oggi, oltre a tutte quelle che la storia ha posto alla vita della Chiesa, mi pare sia questa: come il mondo digitale, un ambiente che sta trasformando rapidamente le dinamiche sociali e che interpella profondamente il nostro modo di essere nel mondo, può comunicare la fede?
La sapienza della Chiesa ci insegna alcune strade percorse per tentare di dare una risposta a questa domanda:
Essere nel mondo, ma non essere del mondo; essere nel tempo, ma non del tempo.
Oppure, detto con un linguaggio social:
“Be in the world but not of the world; be in time but not of the times.”
Questo ci è chiesto: testimoniare la verità di un incontro che, agendo nel tempo, lo trascende e lo trasforma.
Quello che stiamo vivendo – e che noi stessi abbiamo generato grazie al nostro impegno – non è semplicemente un cambiamento tecnologico, ma un autentico cambiamento d’epoca.
È un cambiamento culturale che influisce sulla percezione del tempo, delle relazioni, dell’accesso all’informazione e del significato che si dà a tutto questo.
In questo scenario, la visione della Chiesa non può essere passiva o improvvisata. Essa risiede nella capacità di offrire, attraverso l’incontro con Dio, un senso e una direzione.
Allo stesso tempo, ciò richiede un atteggiamento attento, attivo, dialogante e missionario, capace di leggere i segni del tempo con gli occhi della fede e con il cuore di Gesù.
La tecnologia digitale ha smesso di essere solo uno strumento tra gli altri – sebbene più potente – ed è divenuta un linguaggio, un ambiente, un modo di abitare il nostro mondo.
Di fronte a questo cambiamento, la Chiesa non è chiamata a replicare schemi prefissati, ma a discernere come offrire il Vangelo con fedeltà e creatività in questo nuovo scenario.
Parlare di “missione digitale” non significa ridurre l’evangelizzazione a una questione tecnica o comunicativa, ma riconoscere che il digitale fa parte del modo in cui sempre più persone pensano, sentono, cercano e si relazionano.
Per questo, più che di strategie, dobbiamo parlare di una presenza: una presenza intrisa di umanità, una testimonianza di vita evangelica, una disponibilità al dialogo, all’ascolto, al cammino con gli altri – anche in rete.
In questo senso, ciò che è in gioco non è tanto l’efficacia di un contenuto, ma la capacità della Chiesa di testimoniare la vicinanza di Dio in un ambiente che può risultare impersonale o frenetico, impregnato spesso di odio, fake news, falsità.
Fare missione digitale significa assumere il ritmo, le ferite, le domande e le ricerche di coloro che abitano quello spazio, senza cedere all’anonimato e alla superficialità, né alle tentazioni del protagonismo. Significa riscoprire la bellezza dell’essere di Cristo, del vivere nella comunione della Chiesa, e portare così la speranza: la speranza che ci viene dal Signore Gesù, risorto e vivo oggi, lo stesso ieri e sempre.
Uno dei preziosi contributi che la Chiesa – e dunque ciascuno di voi – può offrire in questo campo è la visione relazionale della persona, che scaturisce dal nostro essere immagine e tempio della Trinità.
In un tempo in cui i legami possono essere frammentati o manipolati da interessi diversi che diminuiscono la dignità della persona, la fede cristiana ricorda che ogni persona è un volto, non un profilo, e che la sua storia è una storia sacra, non semplicemente un insieme di dati.
Per questo, la missione digitale richiede uno stile cristiano che privilegi:
– gli incontri veri rispetto ai discorsi,
– il servizio rispetto al protagonismo,
– la comunione rispetto all’individualismo,
– la pazienza rispetto alla fretta,
– la verità rispetto a ciò che piace.
Evangelizzare nel mondo digitale non è un privilegio per chi padroneggia la tecnica, ma una responsabilità di tutti, condivisa da chi vive in questo tempo e ha ricevuto il dono della fede.
È una chiamata speciale per coloro a cui il Signore ha dato particolari talenti per operare in questo ambiente.
A voi spetta anche il compito di immaginare nuovi strumenti digitali, nuove piattaforme, nuovi modelli economici.
Il nostro amato e compianto Papa Francesco, alla GMG di Panama, definì Maria “la influencer di Dio” per il suo coraggio nel dire “sì” e confidare nell’amore e nelle promesse di Dio, unica forza capace di fare nuove tutte le cose.
Papa Leone, il 20 giugno scorso, ci sollecitava a scoprire che l’autentica saggezza ha più a che fare con il riconoscimento del vero significato della vita che con la disponibilità dei dati.
Ecco: fare nuovo l’ambiente digitale è la sfida che attende tutti voi, e che attende ciascuno di voi.
Sentitela come la vostra missione, e sentite questi giorni come un’opportunità per crescere in questo senso e in questo impegno.
Che il Signore vi benedica tutti, benedica la vostra opera, la vostra missione, il vostro servizio. E buon Giubileo. Grazie.”

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