Fine Vita: narrazione mediatica e realtà quotidiana

4 settimane ago · Updated 3 settimane ago

Continua il dibattito sul fine vita e sulla proposta di legge in materia e, data la complessità del tema che da alcune parti lo si vorrebbe inscindibile da quello della libertà individuale, è costante la tentazione riduttiva di avere risposte facili facendo un minestrone di diritti e parlando di ipocrisia a seconda delle intenzioni di parte. 

In realtà, mettere insieme la libertà di scelta e quella di morire per costruire un’immagine di uomo contemporaneo, novello Prometeo di una civiltà umanista, in contrapposizione ai reazionari oscurantisti che con un provvedimento legislativo vorrebbero fermare “il nuovo che avanza”, è un ragionamento figlio di una ideologia priva di equilibrio. Per disinnescare questa narrazione Fideliter nel luglio scorso ha già approfondito quali sono le finalità del disegno di legge in discussione in Parlamento in armonia con le esigenze espresse dai giudici della Corte Costituzionale nel tentativo di indicare una strada atta ad una corretta riforma dell’articolo 580 del Codice di procedura penale sull’istigazione al suicidio evidenziando sia la miopia dell’approccio ideologico sia la delicatezza del compito dei legislatori in relazione alla linea sottile ed equilibrata che invece risulta assente negli approfondimenti od inchieste che periodicamente ritroviamo sui quotidiani o nei talk show.

Al riguardo in un articolo apparso recentemente su un quotidiano si parla di tonnellate di ipocrisia e di pochi milligrammi di propofol come confine tra la vita e la morte e di un medico che sfiderebbe la sordità delle istituzioni aiutando le persone a morire. Questa “inchiesta” è in realtà è un ennesimo tentativo di travisare il tema propinando il veleno del suicidio assistito dopo un accurato addolcimento del bordo della tazza con lo zucchero dell’umanitarismo. Accompagnare alla morte un malato terminale, per di più tenuto in vita da presidi senza i quali sarebbe già deceduto non ha niente a che fare con il suicidio assistito e le norme che regolano queste situazioni, come le disposizioni anticipate di trattamento sono operative da tempo. E’curioso che la stampa faccia clamore sul suicidio assistito come diritto necessario mentre taccia completamente la presenza di queste normative e sia insensibile alla divulgazione nell’opinione pubblica. Ed è altrettanto singolare come alcuni articoli enfatizzino l’operato di qualcuno che si spingerebbe ad affermare che aiuta i pazienti terminali a morire come se ogni giorno negli Hospice i medici palliativisti e tutti gli operatori non fossero impegnati ad interrogarsi continuamente mettendo le proprie conoscenze mediche per accompagnare alla morte dignitosamente ciascun paziente. Moltissimi di questi al clamore dei giornali e dei social preferiscono l’impegno silenzioso non solo professionale ma umano, e molti altri attingono dalla preghiera personale e dalla contemplazione delle sofferenze patite dal nostro Signore Gesù Cristo le risorse per proseguire senza scoraggiarsi ogni giorno, scoprendo nella persona sofferente un tesoro spirituale prezioso soprattutto quando va accompagnata al termine della propria vita biologica.

Occorre smettere di condizionare l’opinione pubblica strumentalizzando l’idea del dolore  per uno scopo che è tutto diverso e cioè interrompere la vita umana  in modo arbitrario, per motivazioni meramente  egoistiche,  senza la necessaria attenzione al singolo caso e senza che vi siano le condizioni di sofferenza refrattaria alle cure palliative, attore essenziale, tenuto in altissimo conto dalla Corte Costituzionale ma totalmente assente nel dibattito mediatico, che invece è popolato di segretari dell’ideologia relativista e privo della voce di coloro che accompagnano i malati e e si impegnano ogni giorno negli Hospice. Eppure i media manifestano una irriducibile fascinazione per gli estremismi. Intervistato lo scorso anno da una testata locale sul tema del suicidio assistito, ho tenuto a precisare che da parte di chi lavora assistendo centinaia malati e famiglie ogni anno l’esigenza di una legge sul diritto al suicidio non era (e non è) sentita né dagli operatori né dai familiari ma molto di più quella di incrementare i posti e le risorse destinate ai malati terminali. Le mie affermazioni devono avere avuto scarso interesse tant’è che l’articolo poi pubblicato (dal titolo emblematico “Fine Vita Mai”) si è dilungato sulle responsabilità politiche della giunta regionale del Lazio nel non adeguarsi alle altre regioni italiane nel promulgare leggi sul suicidio assistito non favorendo l’accesso ad un diritto considerato ineludibile mentre alle mie parole ha dedicato due righe impersonali da cui si evinceva un sostanziale disinteresse rispetto alla tematica. Agli slogan di sapore massimalista che quotidianamente trovano nuovi partigiani sulla stampa occorre rispondere ricercando una visione obiettiva dalla quale non può essere escluso nessuno degli attori coinvolti in questa tematica. Comprendere pienamente la dimensione del problema del fine vita a partire da una base culturale e di dialogo davvero ampia ed equilibrata è fondamentale considerato la complessità della posta etica in gioco

Occorre che finalmente anche  il mondo medico si interroghi seriamente sulle proprie responsabilità nel dare origine alle situazioni limite in cui spesso ci si spinge con le cure, che spesso si accaniscono su persone che hanno finito il loro ciclo di vita biologica ed in cui il mantenimento in stato vegetativo è figlio di una medicina scientista, che ha perso di vista il senso pieno della vita umana, e nel tentativo di referenziarsi tramite il biologismo è finita nelle forche caudine della responsabilità civile, in una spirale in cui la morte non è più un fenomeno naturale, ma è o frutto della responsabilità di qualcuno, oppure è libera scelta dell’individuo a patto che il medico se ne lavi le mani e tenga in vita un corpo. Al riguardo già Pio XII nel 1957 nell’esortare i medici ad astenersi da pratiche di accanimento terapeutico, metteva in luce il rischio che la medicina potesse smarrire il senso autentico della sua missione.   La Chiesa ha sempre approfondito anche questo tema e più volte ha fatto sentire la sua voce alla ricerca di una visione ampia, equilibrata, che tiene in conto il progresso scientifico senza perdere mai di vista il senso della vita umana. Una voce autorevole troppo spesso liquidata come retrograda dalla stampa che ancor oggi preferisce fare sensazione con pseudo inchieste giornalistiche che gonfiando episodi non danno il risalto che merita l’attività che ogni giorno si svolge in silenzio e che conforta e cura migliaia di malati e di famiglie.

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