Educare alla pace in tempi di guerra
5 mesi ago · Updated 5 mesi ago

“Educare alla pace in tempi di guerra” è il titolo del seminario proposto dalla Caritas Italiana e dall’Ufficio Nazionale per i Problemi Sociali e il Lavoro, la Custodia del Creato e la Pace della CEI, insieme a numerosi enti, associazioni e realtà ecclesiali, nella tre-giorni 1-3 settembre scorsi, presso il centro Giovanni XXIII a Frascati.
Era presente all’evento la nostra amica Oriana Leone, operatrice Caritas nella diocesi salentina di Ugento-Santa Maria di Leuca (LE); le chiediamo di arricchire ciascuno di noi dell’esperienza vissuta, che Oriana rilegge in questi termini: «L’iniziativa si è collocata nel contesto della Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, intrecciando riflessioni teologiche, politiche e culturali con esperienze educative, testimonianze di dialogo interreligioso e pratiche comunitarie. Tre giorni di confronto intenso che hanno riunito voci diverse – studiosi, giornalisti, operatori pastorali, giovani e rappresentanti di associazioni – per approfondire il nesso tra pace, giustizia sociale e custodia del creato».
Qual è la sintesi delle giornate vissute?
«Il seminario si è aperto con l’intervento di don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio Nazionale per i Problemi Sociali e il Lavoro, che ha sottolineato come il 1° settembre non sia un giorno qualsiasi, è la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato. Un richiamo che lega in modo indissolubile la pace con la custodia di tutto il Creato. La pace richiede un linguaggio nuovo, fatto di cura, responsabilità e fraternità. La teologa Cristina Simonelli ha delineato i tratti di una vera e propria teologia della pace, capace di attraversare la storia e restituire alla Chiesa la sua vocazione profetica. Il prof. Alberto Melloni ha offerto una lettura storica della pace nel magistero e nella prassi ecclesiale, mettendo in evidenza come la Chiesa abbia oscillato tra giustificazioni della guerra e profezie di pace, fino al Magistero di Papa Francesco che pone la non-violenza al centro dell’annuncio evangelico e all’incipit del papato di Leone XIV che ha esordito rivolgendosi al mondo con “la pace sia con tutti voi…una pace disarmata e disarmante”.
Il prof. Francesco Strazzari (Scuola Sant’Anna di Pisa) ha descritto il contesto internazionale come oggetto di una fase di profonda trasformazione. Tre elementi emergono come fattori destabilizzanti: la concentrazione del potere economico nelle mani di pochi miliardari globali, l’accelerazione della crisi climatica e la transizione da un mondo bipolare a un ordine multipolare caratterizzato da conflitti diffusi. La guerra ibrida, l’uso dei droni e delle tecnologie militari emergenti delineano scenari inediti che richiedono nuovi strumenti interpretativi. Strazzari ha evidenziato come la pace non possa essere letta solo come assenza di guerra (pace negativa), ma come capacità di governare i cambiamenti economici, sociali, tecnologici e culturali che ridisegnano gli equilibri globali.
Francesco Iannuzzelli (Peacelink) ha posto al centro del suo intervento la questione dell’intelligenza artificiale e dei suoi usi militari. Ha spiegato come i modelli di deep learning funzionino come «scatole nere», alimentate da immense quantità di dati senza trasparenza sui processi interni. Questa tecnologia, nata e sviluppata quasi esclusivamente da corporation private, risponde a logiche di business più che a criteri etici.
Il dialogo tra don Fabio Corazzina (Pax Christi) e la teologa musulmana e cristiana Shahrzad Houshmand Zadeh (Università La Sapienza) ha offerto prospettive complementari sull’educazione alla pace. Don Fabio ha insistito sulla dimensione educativa come cammino condiviso con le nuove generazioni: non basta scegliere il «male minore», ma occorre imparare a decidere in profondità, partendo dal Vangelo di Gesù e non solo dal Vangelo su Gesù. Ha ricordato che la pace non coincide con la sicurezza, ma nasce dalla fiducia e dalla condivisione, proponendo un’educazione che aiuti i giovani a distinguere tra scelte imposte e decisioni autentiche.
Shahrzad Houshmand, intervenuta in collegamento dall’Iran, ha richiamato due figure simboliche: Francesco d’Assisi e il fachiro Mohammad, icona della spiritualità cristiana il primo, della spiritualità islamica il secondo. Ha messo in luce i punti di contatto tra le due tradizioni, a partire dall’umiltà e dalla fraternità, riprendendo anche il Documento sulla Fratellanza Umana firmato ad Abu Dhabi nel 2019.
Oriana, cosa porti a casa dalla condivisione delle varie esperienze?
«Nei lavori di gruppo i partecipanti hanno condiviso esperienze, buone pratiche e prospettive educative. La plenaria conclusiva ha messo in evidenza alcuni impegni comuni: rafforzare la formazione alla pace nelle diocesi, coinvolgere i giovani nei percorsi di cittadinanza attiva, costruire alleanze tra comunità cristiane e realtà civili, rilanciare la nonviolenza come stile di vita e di annuncio evangelico».
In quali aspetti torni arricchita dalla tre-giorni di Frascati?
«Il seminario “Educare alla pace in tempi di guerra” ha intrecciato teologia, analisi politica, responsabilità mediatica, riflessione tecnologica, esperienze educative e dialogo interreligioso. Dalle tre giornate è emersa con chiarezza una convinzione: la pace non è un’utopia, ma una scelta possibile e necessaria. Si tratta di un compito che richiede coraggio, lucidità e creatività, ma soprattutto un’educazione capace di generare coscienze nuove. Il filo rosso che lega i tre giorni è la consapevolezza che la pace non si improvvisa: si educa, si coltiva, si costruisce passo dopo passo, comunità dopo comunità, intrecciando spiritualità, impegno sociale e corresponsabilità civile. Il cammino continua ora nei territori, con l’impegno a trasformare quanto condiviso a Frascati in percorsi concreti di riconciliazione e speranza».

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