Card. Pizzaballa: Gaza, dopo due anni di guerra un barlume di speranza
4 mesi ago · Updated 4 mesi ago

In un appello rivolto alla diocesi del Patriarcato Latino di Gerusalemme, il Cardinale Pierbattista Pizzaballa ha tracciato un quadro drammatico, ma anche di speranza della situazione in Medio Oriente, concentrandosi sul conflitto in corso a Gaza e sulle sfide quotidiane nelle comunità della Cisgiordania.
“Per due anni la guerra ha assorbito la maggior parte della nostra attenzione e delle nostre energie”, ha esordito il Cardinale, sottolineando le tragiche condizioni in cui vivono i civili: massacri continui, fame, spostamenti forzati, accesso limitato alle cure mediche e mancanza di igiene.
Un barlume di speranza emerge, secondo il porporato: “Per la prima volta, le notizie riportano uno sviluppo positivo: la possibile liberazione di ostaggi israeliani e di alcuni prigionieri palestinesi e la cessazione dei bombardamenti e delle offensive militari. È un primo passo importante e atteso da tempo”.
Pizza Balla ha esortato alla prudenza: “Nulla è ancora del tutto chiaro o definitivo. Molto resta da fare per garantire a Gaza un futuro di pace. La cessazione delle ostilità è solo il primo – necessario e indispensabile – passo su un percorso insidioso”.
Non solo Gaza, ma anche la Cisgiordania vive un peggioramento quotidiano della situazione: piccoli villaggi sempre più assediati dagli attacchi dei coloni, senza adeguata protezione dalle autorità di sicurezza. Forza e violenza siano divenuti i criteri dominanti della politica, della cultura, dell’economia e persino della religione. Anche la fede è messa a dura prova: per i credenti è difficile conciliarla con eventi drammatici, soprattutto quando la religione viene strumentalizzata per giustificare tragedie: "L’odio profondo che ci invade, con le sue conseguenze di morte e dolore, rappresenta una sfida significativa per chi vede nelle vite del mondo e delle persone un riflesso della presenza di Dio".
Il Cardinale ha invitato la comunità ecclesiale a guardare oltre la violenza: “Non siamo qui per fare dichiarazioni politiche, ma per offrire una visione spirituale che ci aiuti a rimanere saldi nel Vangelo. La violenza sproporzionata ha devastato non solo la nostra terra ma anche l’anima di molti, in Terra Santa e nel mondo intero”.
Riflettendo sul ruolo della Chiesa durante la guerra, ha aggiunto: “La nostra decisione di rimanere, quando tutto ci invita a partire, non è una sfida, ma un atto d’amore. Il nostro morire è avvenuto sotto la Croce, non sul campo di battaglia”.
"Non sappiamo se questa guerra finirà davvero, ma sappiamo che il conflitto continuerà perché le cause profonde non sono ancora state affrontate", ha affermato il Patriarca, ma “la tomba vuota di Cristo ci assicura che il dolore non durerà per sempre. Come Maria di Magdala, vogliamo cercare giustizia, verità, riconciliazione e perdono, invitando anche gli altri a correre con noi nella ricerca della pace”.
Infine, il Cardinale ha invitato tutte le comunità parrocchiali e religiose a unirsi al giorno di digiuno e preghiera per la pace promosso da Papa Leone XIV sabato 11 ottobre, con rosari, adorazioni e liturgie della Parola, rinnovando la preghiera per la Regina di Palestina, patrona della diocesi.
Traduzione integrale in italiano del discorso
Alla diocesi del Patriarcato Latino di Gerusalemme
Cari fratelli e sorelle,
Il Signore vi dia pace!
Per due anni, la guerra ha assorbito la maggior parte della nostra attenzione e delle nostre energie. Ormai tutti sono tristemente consapevoli di quanto è accaduto a Gaza: massacri continui di civili, fame, spostamenti ripetuti, accesso limitato a ospedali e cure mediche, mancanza di igiene, senza dimenticare chi è trattenuto contro la propria volontà.
Per la prima volta, comunque, le notizie riportano un possibile nuovo sviluppo positivo: la liberazione di ostaggi israeliani, di alcuni prigionieri palestinesi e la cessazione dei bombardamenti e delle offensive militari. Questo è un primo passo importante e atteso da tempo. Nulla è ancora del tutto chiaro o definitivo; molte domande restano senza risposta e molto deve ancora essere definito. Non dobbiamo illuderci, ma siamo lieti che qualcosa di nuovo e positivo sia all’orizzonte.
Attendiamo il momento di gioire per le famiglie degli ostaggi, che finalmente potranno abbracciare i propri cari. Speriamo lo stesso per le famiglie palestinesi, che potranno riabbracciare chi torna dalla prigione. Gioiamo soprattutto per la fine delle ostilità, che speriamo non sia temporanea e porti sollievo agli abitanti di Gaza. Gioiamo per tutti noi, perché la possibile fine di questa terribile guerra, ormai molto vicina, segnerà finalmente un nuovo inizio per tutti – non solo per israeliani e palestinesi, ma per il mondo intero. Tuttavia, dobbiamo rimanere realistici. Molto resta da fare per garantire a Gaza un futuro di pace. La cessazione delle ostilità è solo il primo – necessario e indispensabile – passo su un percorso insidioso in un contesto che rimane problematico.
Non dobbiamo inoltre dimenticare che la situazione continua a deteriorarsi anche in Cisgiordania. Le nostre comunità affrontano ormai quotidianamente ogni tipo di problema, soprattutto nei piccoli villaggi, sempre più circondati e soffocati dagli attacchi dei coloni, senza sufficiente protezione da parte delle autorità di sicurezza.
Molti problemi restano. Il conflitto continuerà a essere parte integrante della vita personale e comunitaria della nostra Chiesa per molto tempo. Nel prendere decisioni sulla nostra vita, anche le più banali, dobbiamo sempre considerare le dinamiche complesse e dolorose che esso genera: i confini sono aperti? Abbiamo permessi? Le strade saranno percorribili? Saremo al sicuro?
La mancanza di chiarezza sulle prospettive future, ancora da definire, contribuisce al senso di smarrimento e accresce la sfiducia. Ma è proprio qui che, come Chiesa, siamo chiamati a pronunciare una parola di speranza, ad avere il coraggio di offrire una narrazione che apra orizzonti e costruisca anziché distruggere, sia nel linguaggio che nei gesti.
Non siamo qui per fare dichiarazioni politiche o analisi strategiche degli eventi. Il mondo è già pieno di tali parole, che raramente cambiano la realtà. Cerchiamo invece una visione spirituale che ci aiuti a rimanere saldi nel Vangelo. Questa guerra sfida le nostre coscienze e invita a riflessione, non solo politica, ma anche spirituale. La violenza sproporzionata che abbiamo visto finora ha devastato non solo la nostra terra, ma anche l’anima di molti, sia in Terra Santa che nel mondo. Rabbia, risentimento, sfiducia, odio e disprezzo dominano troppo spesso il nostro discorso e inquinano i nostri cuori. Le immagini sono devastanti e sconvolgenti, confrontandoci con ciò che San Paolo chiamava “mistero dell’iniquità” (2 Tess. 2:7), al di là della comprensione umana. Corriamo il rischio di abituarci alla sofferenza, ma non deve essere così. Ogni vita perduta, ogni ferita inflitta, ogni fame sopportata rimane uno scandalo agli occhi di Dio.
Potere, forza e violenza sono diventati i principali criteri su cui si basano i modelli politici, culturali, economici e forse anche religiosi del nostro tempo. Negli ultimi mesi abbiamo spesso sentito dire che bisogna usare la forza e che solo la forza può imporre le scelte giuste. Solo con la forza, si dice, si può imporre la pace. Purtroppo, sembra che la storia ci abbia insegnato poco. Abbiamo infatti visto in passato cosa producono violenza e forza. D’altra parte, in Terra Santa e nel mondo, abbiamo anche assistito alla reazione indignata della società civile a questa arrogante logica del potere e della forza. Le immagini di Gaza hanno profondamente ferito la coscienza comune dei diritti e della dignità che vive nei nostri cuori.
Questo tempo ha messo alla prova anche la nostra fede. Anche per i credenti, vivere la fede in tempi difficili come questi non è facile. A volte sentiamo dentro di noi un forte senso di distanza tra la durezza degli eventi drammatici e la vita di fede e preghiera, come se fossero lontani. L’uso della religione, spesso manipolata per giustificare queste tragedie, non ci aiuta ad avvicinarci al dolore delle persone con uno spirito riconciliato. L’odio profondo che ci invade, con le sue conseguenze di morte e dolore, rappresenta una sfida significativa per chi vede nelle vite del mondo e delle persone un riflesso della presenza di Dio.
Da soli, non potremo comprendere questo mistero. Con le nostre forze, non potremo resistere al mistero del male. Ecco perché sento un richiamo sempre più urgente a tenere lo sguardo fisso su Gesù (cfr. Eb. 12:2). Solo così potremo portare ordine dentro di noi e guardare la realtà con occhi nuovi.
Insieme a Gesù, come comunità cristiana, vogliamo raccogliere i tanti pianti di questi due anni: le lacrime di chi ha perso parenti o amici uccisi o rapiti, chi ha perso case, lavori, paesi o vite - vittime innocenti di un conflitto la cui fine non è ancora in vista.
La narrazione dominante degli ultimi anni è stata di scontro e resa dei conti, portando inevitabilmente alla realtà dolorosa della polarizzazione. Come Chiesa, la resa dei conti non ci appartiene, né come logica né come linguaggio. Gesù, nostro maestro e Signore, ha fatto dell’amore che diventa dono e perdono la scelta della sua vita. Le sue ferite non sono incitamento alla vendetta, ma segno della capacità di soffrire per amore.
In questo tempo drammatico, la nostra Chiesa è chiamata con rinnovata energia a testimoniare la sua fede nella passione e risurrezione di Gesù. La nostra decisione di rimanere, quando tutto ci invita a partire, non è una sfida ma un atto d’amore. La nostra denuncia non è un’offesa a nessuna parte, ma un invito a osare un percorso diverso dalla resa dei conti. Il nostro morire è avvenuto sotto la croce, non sul campo di battaglia.
Non sappiamo se questa guerra finirà davvero, ma sappiamo che il conflitto continuerà perché le cause profonde non sono ancora state affrontate. Anche se la guerra finisse ora, tutto questo e altro rimarrebbe una tragedia umana che richiederebbe tempo ed energie per essere superata. La fine della guerra non segna necessariamente l’inizio della pace, ma è il primo passo essenziale per costruirla. Abbiamo davanti a noi una lunga strada per ricostruire la fiducia, rendere tangibile la speranza e liberarci dall’odio di questi anni. Ma ci sforzeremo di farlo, insieme ai molti uomini e donne qui presenti che credono ancora sia possibile immaginare un futuro diverso.
La tomba vuota di Cristo – alla quale, più che mai in questi due anni, i nostri cuori si sono fermati in attesa della risurrezione – ci assicura che il dolore non durerà per sempre, che l’attesa non sarà vana e che le lacrime che innaffiano il deserto faranno fiorire il giardino pasquale.
Come Maria di Magdala a quella stessa tomba, vogliamo continuare a cercare, anche se inciampiamo. Vogliamo insistere nella ricerca di giustizia, verità, riconciliazione e perdono; prima o poi, alla fine di questi percorsi, incontreremo la pace del Risorto. E come lei, su questi percorsi vogliamo invitare altri a correre e aiutarci nella ricerca. Quando tutto sembra dividerci, dichiariamo la nostra fiducia nella comunità, nel dialogo, nell’incontro e nella solidarietà che matura in carità. Vogliamo continuare a proclamare che la vita eterna è più forte della morte con nuovi gesti di apertura, fiducia e speranza. Sappiamo che il male e la morte, sebbene potenti e presenti in noi e intorno a noi, non possono eliminare quel senso di umanità che sopravvive in ogni cuore. Ci sono molte persone in Terra Santa e nel mondo che si impegnano a mantenere vivo questo desiderio di bene e sostengono la Chiesa di Terra Santa. Le ringraziamo, portandole tutte nelle nostre preghiere. “Essendo circondati da una così grande nube di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge e corriamo con perseveranza la corsa che ci è proposta, tenendo lo sguardo fisso su Gesù, principio e perfezionatore della fede” (Eb. 12:1-2).
In questo mese dedicato alla Beata Vergine, preghiamo per questa intenzione: custodire e preservare i nostri cuori e quelli di chi cerca il bene, la giustizia e la verità da ogni male. Possa avere il coraggio di seminare semi di vita nonostante il dolore e di non cedere mai alla logica dell’esclusione o del rifiuto degli altri. Preghiamo per le nostre comunità ecclesiali, affinché rimangano unite e salde; per i giovani, le famiglie, i sacerdoti, religiosi e religiose; e per tutti coloro che si sforzano di portare sollievo e conforto a chi è nel bisogno. Preghiamo per i nostri fratelli e sorelle a Gaza, che nonostante la guerra infuri intorno a loro, continuano coraggiosamente a testimoniare la gioia della vita.
Infine, ci uniamo all’invito di Papa Leone XIV per una giornata di digiuno e preghiera per la pace sabato 11 ottobre. Invito tutte le comunità parrocchiali e religiose a organizzare autonomamente momenti di preghiera per quella giornata, come rosario, adorazione eucaristica, liturgie della Parola e altri simili momenti di condivisione.
Ci avviciniamo alla festa della Patrona della nostra diocesi, la Regina di Palestina e di tutta la Terra Santa. Nella speranza di poter finalmente riunirci in quel giorno, rinnoviamo la nostra preghiera di intercessione per la pace alla nostra Patrona.
Con sincere preghiere per tutti,
Gerusalemme, 5 ottobre 2025

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