La Notte di Natale con papa Leone XIV

1 mese ago · Updated 1 mese ago

La notte di Natale con papa Leone XIV – prima del suo Pontificato – si è aperta con il saluto a sorpresa che il Vescovo di Roma ha rivolto ai fedeli presenti in Piazza San Pietro, nonostante le avverse condizioni meteorologiche; egli ha affermato, infatti: «Tante grazie per essere qui questa sera, anche con questo clima. Vogliamo celebrare insieme la festa di Natale. Gesù Cristo che è nato per noi ci porta la pace, ci porti l’amore di Dio. Tanti auguri a tutti voi».

L’omelia del Papa in questa Notte Santa ha immediatamente indicato «la stella del mattino, quella stella che non conosce tramonto: Cristo, tuo Figlio» (Preconio Pasquale, Messale Romano, 174): «Ecco l’astro che sorprende il mondo, una scintilla appena accesa e divampante di vita. Nel tempo e nello spazio, lì dove noi siamo, viene Colui senza il quale non saremmo stati mai. Vive con noi chi per noi dà la sua vita, illuminando di salvezza la nostra notte. Non esiste tenebra che questa stella non rischiari, perché alla sua luce l’intera umanità vede l’aurora di una esistenza nuova ed eterna».

I rimandi del Santo Padre sono all’umiltà di Dio, al suo abbassamento, alla kenosi per amore: «Per trovare il Salvatore, non bisogna guardare in alto, ma contemplare in basso: l’onnipotenza di Dio rifulge nell’impotenza di un neonato; l’eloquenza del Verbo eterno risuona nel primo vagito di un infante; la santità dello Spirito brilla in quel corpicino appena lavato e avvolto in fasce. È divino il bisogno di cura e di calore, che il Figlio del Padre condivide nella storia con tutti i suoi fratelli. La luce divina che si irradia da questo Bambino ci aiuta a vedere l’uomo in ogni vita nascente. Per illuminare la nostra cecità, il Signore ha voluto rivelarsi da uomo all’uomo, sua vera immagine, secondo un progetto d’amore iniziato con la creazione del mondo»; accompagnati da quelli all’amore fraterno: «Sulla terra non c’è spazio per Dio se non c’è spazio per l’uomo: non accogliere l’uno significa non accogliere l’altro. Invece là dove c’è posto per l’uomo, c’è posto per Dio: allora una stalla può diventare più sacra di un tempio e il grembo della Vergine Maria è l’arca della nuova alleanza. Ammiriamo, carissimi, la sapienza del Natale. Nel bambino Gesù, Dio dà al mondo una vita nuova: la sua, per tutti. Non un’idea risolutiva per ogni problema, ma una storia d’amore che ci coinvolge. Davanti alle attese dei popoli Egli manda un infante, perché sia parola di speranza; davanti al dolore dei miseri Egli manda un inerme, perché sia forza per rialzarsi; davanti alla violenza e alla sopraffazione Egli accende una luce gentile che illumina di salvezza tutti i figli di questo mondo».

Gli inviti finali che l’omelia rivolge ai fedeli sono indirizzati verso le virtù teologali, anima della vita cristiana: «Sorelle e fratelli, la contemplazione del Verbo fatto carne suscita in tutta la Chiesa una parola nuova e vera: proclamiamo allora la gioia del Natale, che è festa della fede, della carità e della speranza. È festa della fede, perché Dio diventa uomo, nascendo dalla Vergine. È festa della carità, perché il dono del Figlio redentore si avvera nella dedizione fraterna. È festa della speranza, perché il bambino Gesù la accende in noi, facendoci messaggeri di pace. Con queste virtù nel cuore, senza temere la notte, possiamo andare incontro all’alba del giorno nuovo».

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