La Dedicazione della Basilica Lateranense con papa Leone XIV
3 mesi ago · Updated 3 mesi ago

«Cari fratelli e sorelle, oggi celebriamo la Solennità della Dedicazione della Basilica Lateranense – di questa Basilica, Cattedrale di Roma –, avvenuta nel IV secolo ad opera di Papa Silvestro I. La costruzione fu realizzata per volontà dell’imperatore Costantino, dopo che, nell’anno 313, egli aveva concesso ai cristiani la libertà di professare la propria fede e di esercitare il culto»: papa Leone XIV ha presieduto, questa mattina, la celebrazione eucaristica – in questo giorno solenne e di festa, Pasqua settimanale – nella Basilica di San Giovanni in Laterano.
Il vescovo di Roma – all’inizio della sua omelia – ha anche spiegato il significato dell’evento odierno: «Noi ricordiamo questo evento fino ad oggi: perché? Certamente per richiamare alla memoria, con gioia e gratitudine, un fatto storico importantissimo per la vita della Chiesa, ma non solo. Questa Basilica, infatti, “Madre di tutte le Chiese”, è molto più di un monumento e di una memoria storica: è segno della Chiesa vivente, edificata con pietre scelte e preziose in Cristo Gesù, pietra angolare (cfr 1Pt 2,4-5)».
Il Pontefice ha – dunque – esortato i fedeli, a partire dalla liturgia celebrata, a rileggere il proprio vissuto di fede, affermando: «Pertanto, aiutati dalla Parola di Dio, riflettiamo, guardando a questo edificio, sul nostro essere Chiesa. Prima di tutto potremmo pensare alle sue fondamenta. La loro importanza è evidente, in modo per certi versi addirittura inquietante. Se chi lo ha costruito, infatti, non avesse scavato a fondo, fino a trovare una base sufficientemente solida su cui erigere tutto il resto, l’intera costruzione sarebbe crollata da tempo, o rischierebbe di cedere ad ogni istante, così che anche noi, stando qui, correremmo un serio pericolo. Chi ci ha preceduto, invece, per fortuna, ha dato alla nostra Cattedrale basi solide, scavando in profondità, con fatica, prima di iniziare ad innalzare le mura che ci accolgono, e questo ci fa sentire molto più tranquilli. Ci aiuta però anche a riflettere. Anche noi, infatti, operai della Chiesa vivente, prima di poter erigere strutture imponenti, dobbiamo scavare, in noi stessi e attorno a noi, per eliminare ogni materiale instabile che possa impedirci di raggiungere la nuda roccia di Cristo (cfr Mt 7,24-27)».
Ne consegue l’invito del Santo Padre, cioè a «tornare costantemente a Lui e al suo Vangelo, docili all’azione dello Spirito Santo. Il rischio, altrimenti, sarebbe di sovraccaricare di pesanti strutture un edificio dalle basi deboli. Perciò, cari fratelli e sorelle, nel lavorare con ogni impegno al servizio del Regno di Dio, non siamo frettolosi e superficiali: scaviamo a fondo, liberi dai criteri del mondo, che troppo spesso pretende risultati immediati, perché non conosce la sapienza dell’attesa. La storia millenaria della Chiesa ci insegna che solo con umiltà e pazienza si può costruire, con l’aiuto di Dio, una vera comunità di fede, capace di diffondere carità, di favorire la missione, di annunciare, di celebrare e di servire quel Magistero apostolico di cui questo Tempio è la prima sede».
A partire dalla pericope evangelica proposta dalla liturgia, Prevost ha affermato: «In proposito, è illuminante la scena presentataci nel Vangelo che è stato proclamato (Lc 19,1-10): Zaccheo, uomo ricco e potente, sente il bisogno di incontrare Gesù. Si accorge, però, di essere troppo piccolo per poterlo vedere, e così si arrampica su un albero, con un gesto insolito e inappropriato per una persona del suo rango, abituata a ricevere quello che vuole su un piatto, al banco delle imposte, come un tributo dovuto. Qui, invece, la strada è più lunga e quel salire tra i rami per Zaccheo significa riconoscere il proprio limite e superare i freni inibitori dell’orgoglio. In questo modo può incontrare Gesù, che gli dice: “Oggi devo fermarmi a casa tua” (v. 5). Da lì, da quell’incontro, comincia per lui una vita nuova (cfr v. 8). Gesù ci cambia, e ci chiama a lavorare nel grande cantiere di Dio, modellandoci sapientemente secondo i suoi disegni di salvezza. È stata usata spesso, in questi anni, l’immagine del “cantiere” per descrivere il nostro cammino ecclesiale. È un’immagine bella, che parla di attività, creatività, impegno, ma anche di fatica, di problemi da risolvere, a volte complessi. Essa esprime lo sforzo reale, palpabile, con cui le nostre comunità crescono ogni giorno, nella condivisione dei carismi e sotto la guida dei Pastori. La Chiesa di Roma, in particolare, ne è testimone in questa fase attuativa del Sinodo, in cui ciò che è maturato in anni di lavoro chiede di passare attraverso il confronto e la verifica “sul campo”. Ciò comporta un cammino in salita, ma non bisogna scoraggiarsi. È bene, invece, continuare a lavorare, con fiducia, per crescere insieme».

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