COMECE, mons. Barrios Prieto: “L’Europa ha bisogno di speranza”
4 mesi ago · Updated 4 mesi ago

Al XXV Convegno internazionale di Cracovia del 26-27 settembre, il Segretario generale di COMECE invita a coltivare speranza e fedeltà creativa ai principi fondativi dell’Unione Europea. “I cristiani hanno un ruolo decisivo nel progetto di pace europeo”.
Un’Europa sempre più percepita come “sola”, indebolita sul piano geopolitico e segnata da una crescente tentazione di chiusura nazionalistica. È il quadro tracciato da Mons. Manuel Barrios Prieto, Segretario generale della Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE), nel suo intervento al XXV Convegno internazionale sul ruolo dei cristiani nel processo di integrazione europea, organizzato a Cracovia dalla Fondazione Pieronek, con il sostegno del gruppo PPE del Parlamento europeo e della Fondazione Robert Schuman.
Il tema scelto quest’anno – “A lonely Europe?” – ha offerto l’occasione per riflettere sulla condizione del continente e sulle risposte necessarie. Barrios ha sottolineato come la sensazione di solitudine europea rifletta una realtà concreta. Oggi l'Europa si accorge di non poter più contare come prima su alleati e partner e percepisce un arretramento della sua influenza ruolo a livello mondiale.
Di fronte a questo scenario, la risposta non può essere la chiusura. Abbiamo bisogno di speranza. E non solo quella trascendente, fondata nella risurrezione di Cristo e nel dono della vita eterna, ma anche una speranza concreta, che dia orientamento al presente e al futuro dell’Europa.
Questa speranza, ha ribadito citando Sant’Agostino, non può essere illusoria: “La più grande miseria è una speranza senza fondamento”. Il fondamento, secondo mons. Barrios, sta nella stessa identità europea. La nostra storia, le nostre risorse, i nostri popoli sono la base per guardare avanti con fiducia. L’Europa ha sempre superato le crisi grazie a unità e solidarietà.
Barrios ha richiamato la necessità di riscoprire e rivivere con fedeltà creativa – un concetto caro a san Giovanni Paolo II – le virtù e i principi che hanno ispirato la nascita dell’Unione. Solo così sarà possibile rimanere fedeli alle nostre radici e, allo stesso tempo, offrire risposte adeguate alle sfide di oggi.
Il discorso si è concluso con un invito a resistere alle pressioni dell’isolazionismo e del nazionalismo ristretto. I cristiani hanno un ruolo importante da riscoprire nel processo di integrazione europea. Un appello che, in un tempo segnato da conflitti e sfide globali, rinnova il cuore del progetto europeo: unire i popoli non con la paura, ma con una speranza ben fondata.
Traduzione integrale del discorso di mons. Manuel Barrios Prieto
Discorso alla XXV Conferenza internazionale “Il ruolo dei cristiani nel processo di integrazione europea” – Cracovia, 26-27 settembre 2025
Cari amici,
un cordiale saluto a tutti a nome della Commissione delle Conferenze dei Vescovi dell’Unione Europea – COMECE. Insieme alla Fondazione Vescovo Tadeusz Pieronek, al gruppo PPE del Parlamento europeo – che quest’anno ha sostenuto con forza questa Conferenza – e alla Fondazione Robert Schuman di Lussemburgo, COMECE è lieta di essere un partner di lunga data di questo incontro, che offre uno spazio importante di dialogo tra politica, accademia, media, Chiesa e società civile su temi di interesse comune. COMECE è stata partner fedele anche nei tempi in cui i rapporti con la Chiesa locale non erano facili. Come Segretario generale di COMECE partecipo a questa Conferenza già da alcuni anni ed è sempre un piacere essere qui a Cracovia per condividere pensieri e preoccupazioni come cristiani impegnati nel processo di integrazione europea.
Il tema della Conferenza di quest’anno è “A lonely Europe?”, con un punto interrogativo finale, e questo è significativo. Da psicologo, la realtà della solitudine mi interessa molto: tocca molte persone oggi ed è diventata un tema sociale e di salute mentale di grande rilievo. La solitudine nasce da una discrepanza percepita tra le relazioni sociali desiderate e quelle reali. La sensazione soggettiva di solitudine non coincide con l’isolamento sociale: possiamo essere circondati da persone e avere molti contatti sociali, ma ci sentiamo soli, oppure il contrario, pur non avendo una rete sociale, non ci si sente soli. Come si applica questa realtà all’Europa di oggi?
Come europei abbiamo la sensazione di essere lasciati soli, di non poter più contare su partner e amici come in passato. Sentiamo di dover difendere da soli i nostri valori e il nostro stile di vita, in un mondo divenuto indifferente o ostile. A questo si aggiunge la percezione di una rapida perdita di influenza a livello globale, mentre altri attori regionali crescono più velocemente e prendono il sopravvento. Tutto ciò ci inquieta e ci irrita. E dobbiamo riconoscere che questa percezione corrisponde abbastanza bene alla realtà di isolamento e perdita di influenza geopolitica che l’Europa vive oggi.
Per superare la solitudine abbiamo bisogno di speranza, una speranza ben fondata. La speranza principale per noi cristiani, radicata saldamente nella risurrezione del Signore, è la promessa della vita eterna. Questa speranza cambia il modo in cui viviamo il presente e reagiamo alle diverse situazioni che affrontiamo. Ci trasforma esistenzialmente (nel senso in cui lo intendeva Heidegger) e ci dà forza e significato per superare momenti di oscurità, dolore e ingiustizia. Insieme alla speranza trascendente, però, abbiamo bisogno anche di una speranza terrena, per il presente e il prossimo futuro: una speranza concreta, capace di orientarci. Questo vale anche per l’Europa. L’Europa ha bisogno di speranza: la speranza di superare le difficoltà, di garantire un futuro buono ai suoi popoli, di preservare e promuovere i valori che le sono cari. Ma questa speranza deve avere solide basi per non trasformarsi in illusione. Come disse sant’Agostino: “La più grande miseria è una speranza senza fondamento” (Enchiridion, 8). Credo che noi europei possiamo avere una speranza fondata, solida, radicata in ciò che l’Europa è: nella sua storia, nelle sue risorse, nei suoi popoli. Questa è la nostra forza. L’Europa ha sempre saputo superare i momenti difficili e le crisi, e lo ha fatto attraverso unità e solidarietà.
Quest’anno questa Conferenza celebra il suo 25° anniversario. Anche nella Chiesa cattolica stiamo vivendo un Anno Giubilare, centrato sulla speranza, con il motto: “Pellegrini di speranza”. Quando i vescovi della COMECE hanno compiuto il loro pellegrinaggio giubilare a Roma, lo scorso marzo, hanno pubblicato una dichiarazione dal titolo “Looking to Europe with Hope”, in cui si afferma: «Mentre l’Unione Europea affronta tempi incerti, è nostra profonda speranza che resti fedele ai suoi principi fondanti, continuando ad agire come forza unita, affidabile e integratrice per i suoi vicini e per il mondo».
Cari amici, siamo chiamati a resistere alle pressioni che ci spingono a ricadere nell’isolazionismo o in visioni nazionalistiche ristrette, particolarmente forti in questa parte dell’Europa centrale e orientale. È necessario riscoprire e riappropriarci con “fedeltà creativa” delle virtù e dei principi fondamentali che hanno ispirato la fondazione dell’Unione Europea. Solo così, rimanendo fedeli alle radici, potremo offrire risposte adeguate alle sfide del nostro tempo. Questo concetto di fedeltà creativa, usato da san Giovanni Paolo II nella sua esortazione Ecclesia in Europa, può essere d'ispirazione per le riflessioni e i dibattiti di questa Conferenza a Cracovia, mentre consideriamo come l'Europa debba rispondere alle sfide dei nostri tempi
Mi auguro che anche quest’anno la Conferenza di Cracovia offra un contributo costruttivo e fruttuoso al rinnovamento dell’impegno per il progetto europeo di pace, aiutando i cristiani a riscoprire il loro ruolo fondamentale nel processo di integrazione. Vi ringrazio di cuore!

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