Papa Leone nel nome di S. Massimiliano Kolbe: "Solo l’amore crea, l’odio non serve a nulla'"
6 mesi ago · Updated 6 mesi ago

Nel caldo dell’udienza generale del 13 agosto, Papa Leone XIV ricorda San Massimiliano Kolbe e il suo sacrificio ad Auschwitz: “Solo l’amore crea”. Un esempio di fede, pace e dono di sé che parla al mondo di oggi.
“Vi incoraggio a prendere esempio dal suo eroico atteggiamento di sacrificio per l’altro. Per sua intercessione, supplicate Dio di donare la pace a tutti i popoli che vivono la tragedia della guerra", ha detto Papa Leone, all'udienza Generale del 13 agosto 2025 tenuta nell'Aula Paolo VI a causa del gran caldo.
Il Ponteficie ha rivolto un appello struggente per la pace, ricordando uno dei più luminosi testimoni del Vangelo della carità: San Massimiliano Maria Kolbe, il “martire della carità”. Le sue parole hanno toccato il cuore dei presenti, riportando alla memoria un gesto che ancora oggi scuote le coscienze: il dono totale di sé, fino alla morte, per salvare un altro uomo.
Nato l’8 gennaio 1894 a Zduńska-Wola, in Polonia, Raimondo Kolbe – questo il suo nome di battesimo – fin da bambino si sentì attratto dalla purezza e dal martirio, due ideali che la Madonna, in una visione mistica, gli avrebbe simbolicamente offerto sotto forma di due corone: una bianca e una rossa. Scelse entrambe.
Entrato nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, prese il nome di Massimiliano e si consacrò interamente all’Immacolata, fondando a Roma la Milizia dell’Immacolata, con l’obiettivo di portare il mondo a Cristo attraverso Maria. Fu missionario instancabile in Europa e in Giappone, fondando vere “città mariane” come Niepokalanówin Polonia e Mugenzai no Sono a Nagasaki.
Con la Seconda Guerra Mondiale e l’occupazione nazista, il suo convento divenne rifugio per perseguitati, soprattutto ebrei. Il 17 febbraio 1941, fu arrestato dalla Gestapo e internato nel campo di concentramento di Auschwitz, con il numero 16670.
Nel luglio del 1941, dopo l'evasione di un prigioniero, i nazisti scelsero dieci uomini da condannare a morire nel bunker della fame, nel blocco 11. Uno dei prescelti, Franciszek Gajowniczek, implorò pietà dicendo: “Ho una moglie e dei figli!”.
Fu allora che Padre Kolbe uscì silenziosamente dalla fila e si offrì di morire al suo posto. Un gesto inaudito. In quel luogo di odio disumanizzante, dove ogni legame era spezzato, un uomo ricordava al mondo che “solo l’amore crea”. Nel bunker, tra le grida e la disperazione, Kolbe trasformò il dolore in preghiera, guidando inni e rosari che risuonavano come un’eco di speranza nei corridoi di morte.
“Mi sembrava di essere in una chiesa”, testimoniò Bruno Borgowiec, SS presente al bunker, impressionato da quel clima di pace irreale.“I suoi occhi erano così penetranti che gli uomini delle SS non potevano sostenerne lo sguardo”, aggiunse.
Dopo due settimane, Kolbe era ancora vivo. Il 14 agosto 1941, gli fu somministrata un’iniezione letale di acido fenico. Le sue ultime parole, guardando il medico nazista furono:
“Ave Maria”.
Il giorno dopo, Festa dell’Assunzione di Maria, il suo corpo fu cremato. Le sue ceneri disperse al vento.
Testimonianze, la luce che non si spegne
Chi lo ha conosciuto nel campo lo descriveva come un uomo calmo, sereno, luminoso, con una cultura profonda e una fede incrollabile.
“Ogni uomo ha uno scopo nella vita: lui aveva consacrato la propria per fare del bene agli altri”, ricordò Rodolfo Diem, un compagno di prigionia.
“Fu una scossa che ci restituì l’ottimismo. Quel gesto divenne una potentissima esplosione di luce, capace di illuminare l’oscura notte del campo”, scrisse Giorgio Bielecki, altro testimone diretto.
E Massimiliano stesso, in una toccante lettera alla madre scritta da Auschwitz, affermava:
“Da me va tutto bene. Amata mamma, stai tranquilla per me e la mia salute, perché il buon Dio c’è in ogni luogo e con grande amore pensa a tutti e a tutto.”
Il 10 ottobre 1982, fu San Giovanni Paolo II a proclamarlo santo, davanti a migliaia di fedeli. Lo definì “martire della carità”, aggiungendo: “San Massimiliano non morì, ma diede la vita".
In un discorso rivolto ai frati minori conventuali, il 26 febbraio 1994, Giovanni Paolo II disse:
“Il nostro secolo ha conosciuto molti martiri. Uno dei compiti odierni della Chiesa è raccogliere la memoria di questi fratelli che ci insegnano ad aprire la vita a Cristo, come ha fatto il vostro confratello Padre Kolbe. Il martirio e l’offerta di sé che egli ha espresso rappresentano un validissimo punto di riferimento per l’uomo di oggi, tanto bisognoso di modelli di vita cristiana.”
“Dal loro sangue è nata nella Chiesa una nuova giovinezza: di questa primavera di speranza ha bisogno oggi l’umanità.”
Nel tempo dei conflitti, dell’individualismo e dell’odio crescente, la figura di San Massimiliano Kolbe è più che mai attuale. Il suo sacrificio non è solo un ricordo, ma una chiamata urgente all’amore, al dono di sé, alla preghiera e alla devozione a Maria. Nei luoghi dove l’odio divide, dove le armi distruggono e dove la speranza si spegne, il suo esempio ci ricorda che l’unica forza creativa è l’amore.
E in un mondo che sembra dimenticare le sue radici, San Massimiliano Maria Kolbe continua a parlare con la sua vita: con il silenzio del bunker, con la luce del suo sguardo, con l’eco di quel “Ave Maria” che ancora oggi risuona, come promessa che l’amore non muore mai.

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