10 anni dalla Laudato si’. Giustizia ed equità
6 mesi ago · Updated 6 mesi ago

Proseguono le nostre riflessioni sulle pro-vocazioni che l’enciclica di papa Francesco Laudato si’ ci ha lanciato, a dieci anni dalla sua pubblicazione. Sempre in dialogo con Oriana Leone, cofondatrice del circolo Laudato si’ “Don Tonino Bello” di Tricase (LE) e operatrice Caritas nella diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca.
Appena all’inizio dell’enciclica Laudato si’ – nel capitolo primo: “Quello che sta accadendo alla nostra casa” – papa Francesco pone l’accento sull’attuale realtà storico-sociale, mettendo in evidenza quella che definisce «cultura dello scarto, che colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura» (22).
Noti che tale stile di vita – che chiama in causa, fortemente, i valori della giustizia e della equità – abbia intaccato anche i nostri comportamenti quotidiani? Secondo quali modalità?
Sì, credo profondamente che la cultura dello scarto abbia intaccato anche i nostri comportamenti quotidiani. Non è solo una questione economica o ambientale: è una dinamica interiore che modella il nostro sguardo sugli altri e su noi stessi. È il modo in cui giudichiamo, escludiamo, ignoriamo. È la rapidità con cui decidiamo chi merita attenzione e chi no, chi ha un posto e chi può essere dimenticato.
Questa cultura si è infiltrata nelle relazioni familiari, lavorative e comunitarie. L’ho vista insinuarsi nei contesti più diversi, dove non sempre si ha il coraggio di dire che l’abbandono di una persona fragile, o di una voce scomoda, può essere una forma di scarto più sottile e dolorosa del degrado materiale. E lo scarto non è solo rifiuto: è rimozione, silenziamento, disinteresse.
Proprio per questo, ho imparato a dare valore a ciò che resiste in silenzio: al lavoro nascosto di chi cura, sostiene e accompagna senza apparire. Ma anche alla fatica di restare dentro le istituzioni, senza cedere alla rabbia o alla rassegnazione, cercando ogni giorno vie nuove per rendere giustizia concreta, reale, incarnata. Perché la giustizia non è un ideale: è un’esigenza quotidiana, che si misura con la complessità e con i limiti umani, anche quelli della Chiesa.
Ma non posso più tacere quella stanchezza profonda che si è fatta pensiero.
Sono stanca di chi invoca giustizia urlando, ma nel farlo esclude ogni possibilità di dialogo, chiude porte, e finisce per delegittimare anche chi lavora con coerenza nel silenzio.
E allo stesso tempo sono stanca delle ambiguità, delle posture manipolative che orbitano attorno ai centri decisionali, in cerca di visibilità o di vantaggio, a scapito della verità. Un potere che si mimetizza sotto buone intenzioni, ma che continua a produrre esclusione e opacità. Anche questo è scarto.
E infine, sono stanca di una parte di Chiesa che parla di popolo, ma si rivolge quasi esclusivamente a se stessa, dimenticando che la sua fetta più numerosa sono i laici, uomini e donne che portano sulle spalle il peso del quotidiano, della storia, delle tante contraddizioni. Come possiamo parlare di giustizia se non c’è riconoscimento pieno della corresponsabilità dei battezzati?
Credo che la giustizia vera nasca da una conversione dello sguardo: da una scelta quotidiana di attenzione, di ascolto profondo, di rispetto delle differenze. È il frutto di un lavoro interiore che ci libera dal bisogno di emergere, e ci restituisce il senso del servizio.
È nella verità delle relazioni, nella libertà del pensiero, nella coerenza delle scelte piccole che si gioca la giustizia quotidiana.
Ed è lì che continuerò a impegnarmi. Anche stanca, ma mai arresa.
Restando nel capitolo primo della enciclica, notiamo che il paragrafo V porta il titolo di “Inequità planetaria”. In esso, il defunto Vescovo di Roma scrive di «degrado umano e sociale. […] Il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta» (48); «Vorrei osservare che spesso non si ha chiara consapevolezza dei problemi che colpiscono particolarmente gli esclusi» (49).
Come declini il tema della giustizia e quello della equità, a partire dalle presenti analisi di Francesco?
Il concetto di inequità planetaria, così come lo presenta Papa Francesco nella Laudato si’, non è solo un’analisi socioeconomica: è un appello profondo a un cambio di prospettiva. Il degrado ambientale e quello umano sono due dimensioni inseparabili di una crisi culturale e spirituale che interpella tutti. Una crisi che pesa soprattutto su chi non ha voce: i poveri, i migranti, i popoli indigeni, le nuove generazioni private di futuro, i malati, i carcerati, la gente comune.
Ma a preoccupare ancora di più è l’assuefazione, la mancanza di consapevolezza diffusa – anche tra noi cristiani – rispetto a queste disuguaglianze. Si parla tanto di giustizia, ma troppo spesso in modo astratto, mentre nella vita concreta si continua a escludere, marginalizzare, semplificare.
Un linguaggio per iniziati è incapace di parlare al cuore della gente e di riconoscere nei laici non solo dei “collaboratori”, ma dei soggetti corresponsabili della missione della Chiesa.
Il 25 luglio 2025, Papa Leone XIV ha pronunciato parole molto chiare nel suo Discorso ai formatori: «Questa chiamata esige da tutti, ministri ordinati e fedeli laici, una formazione solida e integrale […], che miri a trasformare la nostra umanità e la nostra spiritualità perché assumano la forma del Vangelo, e in noi si facciano spazio “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5)».
E ancora: «I missionari non devono dimenticare di essere sempre i primi destinatari del Vangelo […], di lasciar cadere le maschere, di vincere l’individualismo e la smania di superare gli altri per imparare a costruire relazioni umane e spirituali buone e fraterne».
Queste parole risuonano come un invito a una conversione profonda e concreta, che riguarda tutti, nessuno escluso. Perché non si può più parlare di giustizia se si perpetuano dinamiche autoreferenziali e strumentali. Non si può parlare di equità se non si riconosce il valore delle donne e degli uomini che ogni giorno si “sporcano le mani nel mondo”.
Giustizia ed equità non sono slogan da convegni delle buone intenzioni. Sono scelte di campo, relazioni vere, processi trasparenti. Sono la capacità di abitare il mondo con uno stile sobrio, giusto ed essenziale. Sono il coraggio di una Chiesa che si lascia riformare e trasformare dal Vangelo, ogni giorno.
Scriveva Benedetto XVI nella lettera enciclica Caritas in veritate (29.06.2009): «Il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità» (25). Bergoglio sottolinea, ulteriormente: «C’è un vero “debito ecologico”, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi» (Laudato si’ 51).
Visto l’attuale cammino dei popoli – e delle singole persone – quali orizzonti di speranza scorgi, da poter incarnare? Quali strade di redenzione? Secondo quali valori, affinché trionfino una rinnovata giustizia e una più diffusa equità? Come possiamo spenderci, persone di buona volontà, perché la carità diventi un segno luminoso in questo nostro mondo?
Eppure, nonostante tutto, vedo orizzonti di speranza: nelle reti di economia civile e solidale, nei giovani, nelle famiglie, nei migranti, nei cammini ecclesiali nascosti ma evangelici.
Le strade di redenzione richiedono verità, giustizia e relazioni nuove. Non può esserci equità senza redistribuzione del potere, delle opportunità, dei beni e per fare questo servono trasparenza, discernimento, umiltà.
I valori su cui fondare una giustizia rinnovata sono, per me, come le quattro gambe di una sedia salda: cura, corresponsabilità, mitezza coraggiosa e memoria attiva. Cura del creato, delle persone e delle parole; corresponsabilità tra popoli, generazioni e vocazioni; mitezza coraggiosa che non rinuncia alla verità, ma la annuncia con fermezza umile; memoria attiva che non idealizza il passato ma lo assume, lo ripara, lo trasforma.
Una sedia costruita per l’essere umano: perché possa sedersi, fermarsi, prendere respiro, riposare, riflettere, pensare e – finalmente – tornare a meravigliarsi.
La carità deve diventare criterio permanente di discernimento. Non solo gesto, ma principio trasformativo, segno luminoso nel mondo. Una carità incarnata nel sociale, nella cura del creato e nella giustizia economica e politica.
Conclusione: la sedia della speranza
La speranza può essere immaginata come una sedia costruita con cura: si regge su quattro gambe solide — cura, corresponsabilità, mitezza coraggiosa e memoria attiva — che consentono all’essere umano di fermarsi, respirare, riflettere e poi rialzarsi per proseguire il cammino.
Non è un privilegio per pochi, ma un diritto e una responsabilità comune. È quel luogo interiore dove trovare rifugio, non per ritirarsi, ma per prepararsi a camminare di nuovo, insieme. È desiderio che resiste, virtù che orienta, bellezza che illumina anche i giorni più oscuri.
La speranza non è una meta da raggiungere: è un modo di procedere, passo dopo passo, verso ciò che ancora non è, ma può diventare. Come un bambino che non sa se riuscirà a camminare, ma custodisce in sé una memoria profonda che lo ispira a provarci, così la speranza non garantisce risultati, ma ci rende capaci di perseverare. Non nasce dalla certezza, ma dalla fiducia. Non è consolazione, ma costruzione.
«Io ho avuto un pensiero, Govinda, un pensiero che tu riderai forse di me. Ma è il pensiero migliore che ho avuto: ognuno può compiere miracoli, ognuno può raggiungere il proprio fine, se sa pensare, se sa aspettare, se sa digiunare.»
— Hermann Hesse, “Siddharta”
Ecco la speranza: «saper attendere il tempo giusto, senza smettere di credere nella possibilità del bene».
Bibliografia
Francesco, Laudato si’. Sulla cura della casa comune, 24 maggio 2015
Francesco, Fratelli tutti, 3 ottobre 2020
Francesco, Evangelii gaudium, 24 novembre 2013
Benedetto XVI, Caritas in veritate, 29 giugno 2009
Papa Leone XIV, Discorso ai formatori dei Seminari e delle Case religiose, 25 luglio 2025
Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 2004
Viktor E. Frankl, Uno psicologo nei lager, 1946
Romano Guardini, L’opposizione polare, 1950
Hermann Hesse, Siddharta, 1922
Simone Weil, Attesa di Dio, 1950
Luigino Bruni, La ferita dell’altro. Economia e relazioni umane, 2007
Foglizzo P., Magatti M., Aggiornamenti Sociali, giugnoluglio 2025

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