Quel legame tra Papa Leone, San Tommaso Villanova e Castel Gandolfo
7 mesi ago · Updated 7 mesi ago

Papa Leone XIV celebra la Messa a Castel Gandolfo nella chiesa dedicata al santo agostiniano Tommaso da Villanova, il vescovo dei poveri
Quando il nuovo papa, Leone XIV, è apparso per la prima volta sulla loggia di San Pietro, portava al collo una croce pettorale unica: un reliquiario contenente, tra le altre, una reliquia di San Tommaso da Villanova, realizzato dal reliquiarista Antonino Cottone per conto degli Agostiniani. Dentro quella croce dorata, adornata con la tecnica artigianale della paperoles, sono custoditi frammenti ossei dei santi e beati agostiniani: al centro, sant’Agostino e santa Monica; nei bracci laterali, il beato Anselmo Polanco e San Tommaso da Villanova, figura chiave della riforma ecclesiale del Cinquecento e patrono dell’università dove lo stesso Papa Prevost ha studiato.
Ma il legame tra il nuovo Pontefice e il santo vescovo va oltre. San Tommaso da Villanova è figura cara all’Ordine agostiniano e patrono dell’università Villanova in Pennsylvania, dove lo stesso Papa Leone XIV si formò. E nel cuore dei Castelli Romani, la chiesa principale di Castel Gandolfo – residenza estiva dei pontefici – porta il suo nome: la Collegiata di San Tommaso da Villanova, capolavoro di Gian Lorenzo Bernini, voluta da Papa Alessandro VII nel 1658, lo stesso anno della canonizzazione del santo. Oggi, questa parrocchia pontificia si prepara ad accogliere con gioia il nuovo papa, che celebrerà la Messa domenica 13 luglio nella chiesa decorata con otto tondi in stucco raffiguranti le scene della vita del santo agostiniano. Un’eredità che parla ancora al presente.
Un santo per tempi difficili: la vita di San Tommaso di Villanova
Nato nel 1486 a Fuenllana, nella Mancha, San Tommaso di Villanova visse in una Spagna scossa da crisi religiose e tensioni sociali, ma anche da un forte desiderio di riforma spirituale. Cresciuto in una famiglia nobile e cristiana, si formò all’Università di Alcalá, dove divenne docente apprezzato di filosofia. Ma la carriera accademica non gli bastava: nel 1516 lasciò tutto per entrare nel convento agostiniano di Salamanca.
Da quel momento, la sua vita fu un crescendo di preghiera, austerità e servizio. Presto divenne priore e poi provinciale dell’Ordine, ma soprattutto si affermò come predicatore carismatico, capace di toccare i cuori con parole di verità e compassione. Il suo stile era semplice ma profondo, radicato nella Scrittura e accompagnato da una vita integerrima. Carlo V, il potente imperatore, lo considerava un “vero servo mandato da Dio”.
Nel 1544, proprio per volere di Carlo V, Tommaso fu nominato arcivescovo di Valencia. Vi entrò a dorso di una mula, segno della sua umiltà. Trovò una diocesi allo sbando, con clero ignorante e popolazione in miseria. In undici anni, portò avanti una riforma ecclesiale e sociale coraggiosa: obbligò i parroci a risiedere nelle loro parrocchie, riformò il calendario liturgico, promosse la catechesi e fondò un collegio per giovani poveri chiamati al sacerdozio.
Ma il suo cuore batteva soprattutto per i poveri. A loro destinava metà delle rendite episcopali. Distribuiva denaro, organizzava ospedali, raccoglieva orfani e sosteneva famiglie indigenti. Diceva spesso: “Non sono mio, ma delle mie pecore”. E persino sul letto di morte, l’8 settembre 1555, volle che si distribuisssero i 5.000 ducati rimasti: “Non voglio morire con un soldo in casa”.
Un’eredità spirituale che parla ancora oggi
Tommaso fu canonizzato nel 1658 e, in suo onore, Papa Alessandro VII dedicò a lui la nuova chiesa di Castel Gandolfo. La cupola della collegiata, completata nel 1661, è decorata con otto tondi in stucco che narrano scene della sua vita: non monumenti di gloria, ma gesti di carità e servizio, testimoni di una fede viva e concreta.
Oggi, la sua figura ritorna al centro della Chiesa universale, impressa nel reliquiario papale di Leone XIV, e nella celebrazione eucaristica di Castel Gandolfo. È un segnale forte: un richiamo a una Chiesa povera per i poveri, fedele alla Scrittura, vicina ai piccoli, sobria nello stile e generosa nel cuore. Una Chiesa che non ha paura di denunciare il male, ma sa anche chinarsi, come Tommaso, a rifare il letto di un malato o a dare da mangiare con le proprie mani.
San Tommaso da Villanova non è un ricordo del passato. È una guida per il futuro, in un tempo che ha ancora fame di giustizia, verità e misericordia.

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