10 anni dalla Laudato si’. Povertà e ricchezza

7 mesi ago · Updated 7 mesi ago

In compagnia della nostra amica Oriana Leone – cofondatrice del circolo Laudato si’ di Tricase (LE) “Don Tonino Bello” e operatrice Caritas della diocesi salentina di Ugento-Santa Maria di Leuca – proseguiamo le nostre riflessioni maturate nel decimo anniversario della promulgazione della enciclica sulla cura della casa comune Laudato si’ da parte di papa Francesco.

Il grido della Terra è il grido dei poveri. Papa Francesco ha scritto di: «antropocentrismo moderno» (LS 115), «eccesso antropocentrico» (LS 116), «sogno prometeico di dominio sul mondo» (LS 116); abbiamo raggiunto importanti traguardi tecnologici, ma ci siamo impoveriti di fraternità e di relazioni redente.

In quali termini avverti la vocazione divina alla salvezza universale e al bene del prossimo?

Per molto tempo il dolore personale mi ha fatto temere quello degli altri. Avvicinarmi a chi soffre mi metteva in difficoltà: sentivo che le ferite altrui erano sacre tanto quanto le mie, ma non sapevo come toccarle, come stare accanto senza invadere, senza sbagliare. Poi, lentamente, ho capito che non servono parole perfette né soluzioni immediate. Basta esserci, con rispetto, con silenzio, con una presenza che non fugge.
È lì che inizio a intuire il senso della vocazione alla salvezza universale: non come un progetto da realizzare, ma come una possibilità da abitare — ogni volta che resto accanto, che ascolto senza giudicare, che cammino senza fretta con chi fatica. È un modo umile di credere che il bene del prossimo non passa solo attraverso ciò che facciamo, ma attraverso ciò che siamo quando ci lasciamo toccare davvero.

Quali insegnamenti – di vita virtuosa e cristiana – stai traendo dall’approfondimento della dottrina sociale della Chiesa?

Uno dei principi che cerco di vivere, anche se non sempre ci riesco, è che se si ha in abbondanza – tempo, risorse, competenze, ascolto – non si dovrebbe scegliere se dare, ma sentire la responsabilità di farlo.
La dottrina sociale della Chiesa mi ha aiutato a comprendere che questa responsabilità non è solo morale, ma profondamente evangelica. Non si tratta di generosità occasionale, ma di giustizia, di corresponsabilità.
Eppure non è sempre facile. Non è sempre facile amare davvero, cioè uscire da sé, rinunciare al bisogno di essere compresi, di ricevere qualcosa in cambio. A volte amare significa continuare a esserci anche quando non si vedono frutti, anche quando si è stanchi. Ma proprio in quei momenti – quando il Vangelo non è più parola, ma scelta concreta – ho la sensazione che qualcosa di vero stia accadendo.

Nell’enciclica di papa Francesco leggiamo il presente ammonimento: «Questa situazione ci conduce ad una schizofrenia permanente, che va dall’esaltazione tecnocratica che non riconosce agli altri esseri un valore proprio, fino alla reazione di negare ogni peculiare valore all’essere umano. Ma non si può prescindere dall’umanità. Non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo. Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia» (LS 118).

La tua esperienza personale a servizio della Caritas diocesana quale volto del Vangelo ti sta aiutando a riscoprire; a servizio dei figli di Dio e dei più poveri, soprattutto?

Mi sta aiutando a riscoprire il volto del Vangelo che si sporca le mani, che si fa vicino senza clamore. Ma anche qui, nulla è scontato.
Non è facile confrontarsi con le difficoltà degli altri: a volte ci si sente inadeguati, altre volte – se non ci si sente in colpa – si arriva comunque a chiedersi, come suggerisce papa Francesco: “Perché non io?”
In questi momenti, comprendo quanto siano preziosi, oltre all’impegno concreto, anche lo studio e il rafforzamento delle competenze.
Per aiutare gli altri non basta esserci con il cuore: bisogna anche essere preparati, avere gli strumenti giusti, sapere come orientare, accompagnare, mediare. Essere presenti con lucidità e delicatezza, senza fare danni.
E andare oltre la paura: di non essere all’altezza, di dire o fare la cosa sbagliata. È un cammino continuo, fatto di ascolto, di formazione e di fiducia in Colui che opera anche attraverso le nostre fragilità.

Articoli correlati

Go up PDF